domenica 23 gennaio 2022


 

Orione e il mondo antico: il tempo e lo spazio



 Per tutto il tempo che ho vissuto a casa con i miei uno dei ricordi più vividi nella mia memoria sono le fredde serate invernali passate fuori con gli amici. Ogni notte il rientro a casa era salutato, per tutto l’inverno, dalla presenza silenziosa, solida, enorme della costellazione di Orione, che mi attendeva proprio in cima alla salita del giardino. Per anni, immancabilmente ho alzato lo sguardo ogni notte per cercarlo. Quella fermezza e certezza aveva la capacità di placare il mio cuore scombussolato dal clamore giovanile. Non importa se avessi litigato con la ragazza, preso una fregatura da un amico, o bevuto troppo lui a fine serata era là, placido, immobile, saldo ad attendere il mio ritorno.

Anche se da quando sono andato via di casa Orione non mi attende più alla fine della salita, ho sempre continuato a cercarlo nel cielo ovunque mi trovassi. E stanotte non è diverso; cammino silenzioso nella fredda sera dell’Altopiano e lentamente, da dietro le scure colline alla mia destra inizia a fare capolino la sua mole imponente. In poco meno di un’ora è già visibile l’intera costellazione e spicca brillante dalla parte opposta del cielo del Grande Carro. E’ forse la costellazione più facile in assoluto da individuare durante le chiare serate invernali. E ho sempre trovato di grande conforto il pensiero che quel cielo, quelle stelle, quegli ammassi sono (più o meno) gli stessi che hanno guardato gli uomini di ogni tempo. La mia adolescenza e chissà quante altre adolescenze prima e dopo di me. Uno sguardo verso l’alto durato millenni. Ma mentre per i nostri contemporanei è una presenza quasi insignificante in un cielo pieno di stelle che spesso facciamo anche fatica a vedere, complice l’inquinamento luminoso, o al massimo un caso di studio scientifico per addetti e appassionati astrofili, nelle epoche remote (ma neanche poi così tanto), Orione è stato un protagonista assoluto delle vicende umane. Tanto importante, sotto tanti aspetti, da trovarne, qui e lì traccia in numerose opere antiche, oltre, ovviamente, ad avere una sua bella compilation di leggende che ne spiegano la nascita.

Torno verso casa. Quella dove abito ora, chissà ancora per quanto. Ritrovo Orione alto sul tetto della casa del mio vicino. Stanotte ho voglia di fermarmi ancora qui fuori a contemplare il cielo. Perché questo insieme di stelle (che ovviamente non hanno alcuna relazione fra loro se non quella di formare un disegno per effetto della prospettiva in un’area relativamente scura) era così importante nell’antichità? Una ad una mi vengono in mente i passi di letteratura antica nei quali l’ho incrociato. Alcuni devo andarli a ricercare e a rianalizzarli scopro, anzi, riscopro almeno quattro motivi per cui questa e altre costellazioni avevano un’importanza pratica e immediata nella vita di tutti i giorni nel passato.


Il Mito

Come tutte le costellazioni classiche (Tolemaiche, per così dire), anche Orione doveva la sua origine ad un mito greco. Così che la storia fosse la spiegazione dell’origine della costellazione e, viceversa, alzare gli occhi al cielo fosse un continuo ripasso della mitologia. Orione era un gigantesco e bellissimo cacciatore che fu amato da Eos (dea dell’aurora). Successivamente si innamorò della moglie del patrigno Eropione e per questo motivo fu da questi accecato. Guarito da Helios (il sole) partì in cerca del patrigno e di vendetta sterimando, lungo il suo percorso tutti gli animali che incontrava. Leggermente infastidita da questo atteggiamento Artemide (o in alcune fonti Gea) gli inviò contro uno scorpione che lo uccise. Orione, scorpione e il cane del mitico cacciatore divennero costellazioni. Nell’Odissea troviamo menzione di questo mito al libro V,154 quando Calipso, lamentandosi delle sfighe in cui incorre una dea nell’amare un mortale (Ulisse) dice:


“Che se una Dea con maritale amplesso

si congiunge a un mortal, voi non soffrite?

Quando la tinta di rosato Aurora

Orione rapì, voi, Dei,cui vita

facile scorre, acre livor mordea,

finché in Ortigia il rintracciò la casta

dal seggio aureo Diana, e d’improvvisa

morte il colpì con invisibil dardo”.




IL Simbolo

La funzione simbolica di questa costellazione è perfettamente esplicata da uno scudo. Per la società guerriera del passato lo scudo era la parte più visibile della persona, quella che doveva far immediatamente far vedere chi si aveva di fronte (ancora nel medioevo i simboli araldici erano sovente disegnati sullo scudo). In due diverse occasioni Orione viene citato come elemento decorativo di uno scudo. La prima volta nell’Iliade (XVIII, 670), quando Achille, in lutto inconsolabile per la morte dell’amico Patroclo e per il fatto che le sue armi fossero cadute in mano ai troiani viene prontamente soccorso dalla madre Teti che disturba addirittura il dio Vulcano per preparargliene delle nuove e ancora migliori (quando si dice l’importanza di essere raccomandato):


“Cinque dell’ampio scudo eran le zone,

e gl’intervalli, con divin sapere,

d’ammiranda scultura avea ripieni.

Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo

e il sole infaticabile, e la tonda

luna, e gli astri diversi onde sfavilla

incoronata la celeste volta,

e le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella

d’Orion tempestosa, e la grand’Orsa

che pur Palustro si noma. Intorno al polo

ella si gira ed Orion riguarda,

dai lavacri del mar sola divisa”.


Riallacciandosi a questa descrizione, secoli dopo Ovidio nelle “Metamorfosi”, quando nel campo greco si litiga per chi debba prendersi le armi di Achille appena morto, fa dire a Ulisse, che ovviamente le vuole per sè: “Pensate voi che la cereula madre di Achille tanto abbia curato il figlio perché quest’armi, doni celesti, una così stupenda opera d’arte fossero un giorno prese ed indossate da un rozzo ed insensibile soldato ? Uno che non conosce le figure scolpite nel suo scudo, il vasto mare, la terra, il cielo con tutte le stelle, le Pleiadi, le Iadi con l’Orsa che mai scende nel mare, le città contrapposte, una in pace, l’altra in guerra e la spada magnifica di Orione […]”.


Il Calendario

Il tempo lineare è un’invenzione dell’uomo moderno, anticamente il tempo aveva una valenza ciclica con i momenti dell’anno scanditi dal perenne avvicendarsi delle stagioni, dai lavori agricoli, dalle partenze e dai ritorni di sole, astri, pianeti. Alzare gli occhi al cielo aveva una funzione essenziale per comprendere i cicli stagionali e annuali in una perenne ruota del tempo. Non c’erano calendari né agende; era il cielo a scandire i ritmi della vita. Ovviamente Orione, che scompare l’estate e riappare l’inverno era uno dei maggiori segni dell’avvicendarsi delle stagioni. Di questo ne troviamo tantissimi riferimenti in tante opere, ma probabilmente vale la pena di citare la più antica, Le opere e i giorni di Esiodo, vero e proprio vademecum di lavori stagionali dedicato al fratello del poeta, Perse, probabilmente nella speranza di fargli combinare qualcosa nella vita.

“Appena Orione possente appare, ordina ai servi di battere bene la sacra spiga di Demetra in un luogo ben ventilato, nell’aia piana”.

Oppure

“ Quando Orione e Sirio giungono a mezzo del cielo e l’aurora dalle rosee dita vede Arturo, allora, O Perse, spicca e porta a casa tutti i grappoli: li terrai al sole per dieci giorni e per dieci notti, per cinque invece all’ombra; al sesto giorno poi porrai nei vasi i doni di Dioniso che dà molta gioia. Ma come tramontano le Pleiadi, le Iadi e Orione possente, ricordati allora che è ora di arare”.

E se per caso Perse volesse fare un giro in barca? Anche qui il buon Esiodo ha il consiglio giusto:

“Se ti prende il desiderio della perigliosa navigazione, bada! Quando le Pleiadi fuggono nel tenebroso mare l’impeto del possente Orione, infuriano i soffi di tutti i venti”.



L’Orientamento

Il viaggio degli antichi fu sempre una grande avventura. Guidati da un senso dell’orientamento che noi possiamo solo rimpiangere e dal sole, dalle stelle e dai venti hanno compiuto traversate via terra e via mare. Muoversi nell’antichità era difficile e fattore essenziale era la conoscenza del territorio e , dove questo non si conosceva dei punti di riferimento universali. La conoscenza dei fenomeni naturali che rendono possibile l’orientamento dovrebbe essere recuperata, soprattutto da chi si muove in natura, che sia un escursionista o un appassionato di vela. Uno di questi punti di riferimento universali è sempre stato Orione. Tanto importante che nel libro V dell’Odissea (345 ss), Ulisse parte per la navigazione e Omero così la descrive:


“Lieto l’eroe dell’innocente vento,

la vela dispiegò. Quindi al timone

sedendo, il corso dirigea con arte,

né gli cadea su le palpebre il sonno

mentre attento le Pleiadi mirava,

e il tardo a tramontar Boote e l’Orsa

che detta è pure il Carro, e là si gira,

guardando sempre in Orione, e sola

nel liquido Ocean sdegna lavarsi

l’Orsa, che Ulisse, navigando, a manca

lasciar dovea, come la diva ingiunse”.


Non solo orione era preziosa nella navigazione, ma anche nell’aviazione! In questo caso, però poteva essere fonte di distrazione. Quando nelle Metamorfosi Ovidio riprende la leggenda del primo tentativo di volo della storia, il famoso, tragico volo di Dedalo e Icaro, fa pronunciare queste parole a Dedalo rivolto al figlio: “Remeggia a mezza altezza, Icaro, ti prego, si che l’umidità non faccia crescere il peso delle tue penne se tu voli troppo basso e il calore non le bruci se voli troppo alto. Sta nel mezzo, fra l’uno e l’altro, e attento a non distrarti a guardare Boote, oppure Elice e la spada di Orione […]”.


Sono ancora qui fuori, Accendo un’altra sigaretta e penso quanto le stelle un tempo facessero parte della vita di tutti i giorni, ne scandissero mito, tempo e spazio. Quanto oggi ci siamo allontanati da quell’universo che vediamo solamente di sfuggita, se pure ci riusciamo. Abbiamo ceduto il nostro farne parte agli astronomi o a Elon Musk, che lo guarda come un lontano parco giochi. Eppure c’è stato un tempo nel quale le stelle e il gigantesco Orione tra queste erano così familiari e vicine a tutti gli uomini, molto più di quanto lo siano oggi che organizziamo spedizioni per varcare lo spazio e progettiamo modi per colonizzarlo.





venerdì 14 gennaio 2022

 




Tre facili ciaspolate sull'Altopiano di Asiago

Cade la neve, avete appena comprato le vostre nuove ciaspole e volete provarle ma non sapete dove andare? Ecco per voi tre facilissime escursioni adatte a tutti, ma non per questo meno divertenti! La cosa migliore è sempre andare con una guida, ma se proprio il giorno che avete libero non trovate proposte alla vostra portata ecco tre utili consigli per godere la neve sull’Altopiano di Asiago.


1) FORTE CAMPOLONGO DA RIFUGIO CAMPOLONGO

Bellissima e panoramica escursione che vi condurrà verso uno dei forti della I guerra mondiale più suggestivi e interessanti. La vista inizia ad aprirsi sulla Valdastico già durante il percorso, ma arrivati in cima rimarrete a bocca aperta! Il forte è stato restaurato di recente (libero accesso) e rappresenta un vero tuffo nel passato, anche grazie alle numerose tavole esplicative presenti dentro la struttura. La neve sarà la cornice ideale per questo spettacolare percorso. Accorgimento importante: per arrivare al forte si passa attraverso una galleria (breve e luminosa), il cui pavimento è spesso ghiacciato. Se togliete le ciaspole in quel tragitto (consigliato se non volete rovinarle), prestate particolare attenzione a non scivolare!

Il percorso inizia dal parcheggio del Rifugio Campolongo (a pagamento), si segue lo stradello battuto dai gestori accanto alla strada, fin quando non troverete il cartello che indica il forte verso destra. In 3 km sarete al forte. Rientro per la strada dell’andata.





2) SENTIERO NATURA VAL DI NOS











Una splendida area naturale sopra a Gallio. Dislivello praticamente nullo e tanto bosco in cui camminare. Lungo il percorso troverete diverse aree picnic dove fermarvi e nel frattempo ascoltare il silenzio del bosco innevato e cercare di riconoscere le tracce che gli animali selvatici hanno lasciato durante la notte. Questo percorso consente di fare un bell’anello sempre ottimamente tracciato e poco frequentato. Se siete veramente fortunati potrete ammirare qualche animale che si aggira nei boschi. Anche in questo caso troverete numerose tabelle esplicative che vi forniranno indicazioni su flora, fauna e sui lavori tradizionali boschivi. E’ una bella passeggiata adatta a tutti, ma soprattutto consigliata in compagnia di bambini, perché sarà un’esperienza divertente, ma allo stesso tempo molto istruttiva.

Il percorso si può iniziare dal parcheggio della Val Giardini, prendendo la strada in salita e proseguendo a destra al secondo tornante. L’anello è di circa 4 km e vale veramente la pena di essere provato!




3) IL BAITO BOSCON













Altra escursione di grande fascino. Qui ci si inoltra lungo una selvaggia valle immersa in un folto bosco di abeti. Silenzio e neve rendono il luogo magico e rilassante. Anche in questo caso il dislivello è praticamente inesistente. Frequentato da numerose specie animali non è raro incontrare tracce di capriolo, cervo, volpe. La valenza storica della valle è ben rappresentata dal Cimitero militare britannico che si incontra lungo il percorso. Un momento di raccoglimento qui (non di bivacco e braciate come purtroppo spesso si vede) e poi la marcia riparte addentrandosi sempre più in una natura sontuosa e meravigliosa. L’arrivo al baito nella radura costituisce sempre una forte emozione. Attenzione!!! da questo punto partono diversi sentieri, siate certi di riconoscere quello dal quale siete venuti prima di tornare indietro!!! Per il resto si tratta di una piacevole e rigenerante ciaspolata nella quale il bianco e il verde la faranno da padroni!





giovedì 18 novembre 2021

 

 SLOVENIA

La tana di Erazem





Non molto distante dalle famose grotte di Postumia, tra le più belle ed estese d’Europa sorge un luogo leggendario la cui storia si intreccia indissolubilmente a quella di un personaggio altrettanto misterioso e affascinante. Tra i tanti castelli (molto ben conservati) che ospita il territorio sloveno, quello di Predjama colpisce di sicuro l’immaginazione per la posizione e l’ingegno architettonico. Si staglia, infatti sul fianco di un monte compenetrandolo perfettamente attraverso una vasta grotta naturale sfruttata abilmente per la costruzione delle strutture. Sebbene vanti una storia molto antica (le prime notizie risalgono al XI secolo), il nostro castello entra nel mito a partire dal 1478, anno in cui l’Imperatore Federico III d’Asburgo nomina barone il prode Erazem Leuger (Erasmo di Leug). Il nostro neo barone, infatti, non perde tempo e inizia da subito a compiere scorrerie a scopo di rapina lungo la strada che da Trieste conduceva a Vienna, rifugiandosi, dopo ogni malefatta proprio in questo imprendibile castello. Come nei migliori romanzi d’avventura, ovviamente le leggende ci spiegano che Erasmo sottraeva ingenti fortune solamente a ricchi e avidi mercanti o a pavidi nobili, per poi sparire come un fantasma senza lasciare traccia. Un nobile brigante di cui all’inizio nessuno sospettava. Ma il nostro eroe si spinse oltre, parteggiando apertamente per gli Ungheresi in una contesa che vedevano contrapposti questi ultimi proprio all’Imperatore d’Austria. Da osservato speciale vennero fuori tutte le sue bravate. Non sappiamo se Federico III ignorasse l’attività di Erasmo o se l’ avesse tollerata fin quando questo non gli si era schierato contro; fatto sta che non sapendo dove fosse nascosto, gli Asburgo misero sulle sue tracce un noto condottiero triestino, con lo scopo preciso di scovarlo, stanarlo e eliminarlo.

Ci vollero alcuni anni prima che l’esercito austriaco riuscisse a individuare il nascondiglio e, considerando imprendibile il castello di Predjama, si convenne che la soluzione migliore fosse quella di cingerlo d’assedio, aspettando il sopraggiungere della fame. Quello che nessuna sapeva, al di fuori degli abitanti era che il castello fosse in parte costruito sfruttando e addentrandosi in una profonda grotta naturale sul fianco della montagna e dalla parte più interna della cavità, un lungo cunicolo nascosto portava dalla parte opposta del monte. Grazie a questo passaggio segreto Erasmo era in grado di uscire nascostamente a procurarsi cibo. La fame, quindi, non arrivò. Anzi, il barone si prendeva gioco dell’esercito nemico inviando al campo doni in cibo (ciliege in tempo di ciliege, agnello per Pasqua). L’assedio, iniziato nel 1484, si protrasse per un anno. L’imperatore era furioso, mentre Erasmo sicuramente si faceva grasse risate alle sue spalle. Iniziarono a circolare nel campo asburgico voci secondo le quali il barone in realtà fosse il diavolo. Il castello, inoltre è dotato di un secondo ponte levatoio interno, che permette di isolare la parte più interna alla grotta, dove ancora oggi si riconoscono una cucina e un focolare (probabilmente usato come fucina) e da dove, guarda un po', parte il famoso passaggio (tuttora esistente) verso la libertà. Non era sufficiente, quindi conquistare la rocca per essere sicuri di mettere le mani sul nobile bandito.

Ma si sa che quello che non può la tattica militare spesso può il denaro. Fu così che gli austriaci riuscirono a corrompere un servitore del barone per aiutarli a metterlo fuori gioco. Il traditore indicò loro il luogo più vulnerabile del sistema difensivo di Predjama e, convenuto un segnale si decise che quando Erazem sarebbe stato in quel punto esatto, una candela sarebbe stata accesa alla finestra stabilita. La fine di questa storia ha un che di inglorioso. Erazem quella sera, dopo cena, chiese permesso ai presenti e si accomodò sulla latrina. La candela si accese e un tenue bagliore illuminò una finestra del palazzo. Una palla ben calibrata e che sapeva dove colpire andò a infrangersi proprio sulla parete di roccia sovrastante la latrina e il barone fu investito da pesanti massi staccatesi dall’impatto, facendo crollare il soffitto. E forse pensando che neanche al bagno si poteva stare in pace trovò una morte beffarda degna delle beffe che aveva messo in pratica ai danni dell’Imperatore (ma forse meno eroica).

Oggi il castello, perfettamente conservato rimane uno dei luoghi più suggestivi della Slovenia, in un susseguirsi di stanze, cunicoli, volte rocciose che spesso si uniscono in un ambiente unico e fortemente evocativo. Un astuto sistema di raccolta delle acque piovane e di stillicidio della roccia corre lungo pareti che si fatica a distinguere se in roccia viva o muratura, mentre un crescente senso di mistero sale nel visitatore mentre si addentra nelle parti più interne della grotta. Ancora oggi, dalla terrazza superiore si scorge nella valle sottostante la piccola chiesa del villaggio e accanto a questa un enorme albero secolare. Si narra che qui la sconsolata promessa sposa di Erasmo abbia fatto seppellire il suo audace, astuto, anarchico amato.



venerdì 27 agosto 2021




Perché la montagna non è un giardino


Negli ultimi periodi mi è capitato con crescente frequenza di leggere articoli e post sui social inerenti all’aumento del numero di incidenti in ambiente montano, spesso causati da mancanza di esperienza e/o equipaggiamento idoneo. Per chi frequenta assiduamente la montagna o per chi con essa ci lavora, questi fatti non sono nuovi. E’ sempre capitato di incontrare o prestare aiuto a persone evidentemente impreparate (anche psicologicamente) a gestire l’ambiente montano. Quello che colpisce è da una parte l’aumento degli “sprovveduti” (si badi bene, gli incidenti in montagna accadono anche a persone espertissime), dall’altra una eco mediatica che si fa sempre più massiccia (con articoli che spesso tradiscono evidentemente la poca conoscenza dell’ambiente da parte di chi scrive). Da questo fenomeno, evidentemente collegato, nascono alcune considerazioni.

E’ innegabile che da qualche anno la montagna ha visto crescere in maniera esponenziale la presenza di fruitori. Le restrizioni alle quali abbiamo dovuto sottostare nell’ultimo periodo hanno accentuato sensibilmente questo trend (centri commerciali chiusi, spiagge cui era difficile accedere, teatri, musei, cinema, palestre scomparsi dalla nostra esistenza per un anno). Un maggiore afflusso è un bene soprattutto per le economie dei luoghi di montagna, ma anche per una più diffusa conoscenza della bellezza che le nostre montagne custodiscono. E allora dove sta il problema? Il punto è che la crescente affluenza ha generato, soprattutto nei luoghi storicamente più famosi un effetto circolare pericoloso a livelli simbolico. Da una parte, infatti le più note località montane, quelle per intenderci dove ci sono montagne alte e tanti km di spettacolari sentieri da percorrere, per far fronte nel migliore dei modi ad un’utenza sempre più ampia, hanno, giustamente, fatto tutto il necessario per rendere fruibile e sicuro il proprio territorio. Questo è successo nel tempo, non certo oggi. Ecco quindi che i sentieri sono perfettamente manutenuti e segnalati in maniera tale per cui è quasi impossibile già solo avere il dubbio su dove si sta andando. In alta quota si trova una rete di rifugi in cui poter dormire, riposarsi e mangiare (e bene anche), con il wifi, i parchi giochi per i bambini fuori. Fino a 3000 metri si incontrano graziose panchine in legno, ponticelli per superare i torrenti, staccionate come parapetti alle viste mozzafiato (instagrammabili, si direbbe). E’ un male tutto questo? Ovviamente no, anzi è valorizzazione del territorio, ampliamento della fruibilità, aumento della sicurezza e dell’estetica del territorio. Ma qui vengono le note dolenti, ossia l’aumento vertiginose dei frequentatori della montagna, molti di loro poco avvezzi alle alte quote e agli ambienti montani. Il pericolo è che passi per alcuni la percezione che la montagna sia un meraviglioso, curato, sicuro giardino in cui ammirare e fotografare spettacolari viste. Cosa che la montagna non è e non sarà mai. Innanzi tutto gran parte delle montagne italiane (dagli appennini alla Calabria, comprese molte zone alpine e prealpine) non sono affatto così. La rete sentieristica è valida ovunque, ma non è quasi mai a prova di improvvisazione. I punti di appoggio possono essere scarsi e sicuramente molto meno prodighi di servizi. Spesso la montagna ha l’aspetto di uno stupendo, grandioso ambiente brullo e ostico, pieno di pericoli, in cui stare attenti a tantissimi fattori (e non parlo degli animali, poveretti), che vanno dal terreno al tempo, dall’esposizione alla difficoltà di orientamento. Per affrontare con una ragionevole sicurezza questi ambienti si deve essere sufficientemente preparati, oppure affidarsi a qualcuno che lo è (guida, amico con una buona esperienza), altrimenti si può rischiare grosso. Inoltre anche i percorsi più accuratamente tenuti e tracciati nascondono insidie che si deve conoscere. Perché poi succede di trovarsi al punto di inizio di una intera rete sentieristica dolomitica e sentirsi chiedere da una turista per la quale potrei essere chiunque: “da che parte devo andare per fare un’escursione?” così, una a caso.

La montagna non è un giardino neanche dove ci somiglia. E’ un luogo di prudenza e di conoscenza, un ambiente ostico e complesso al quale avvicinarsi in punta di piedi e con tantissimo rispetto. L’improvvisazione può essere la risposta ad eventi inaspettati, non la base dalla quale partire.

Quindi fanno male a segnalare così bene i sentieri? Ovvio che no. Il problema è prendere atto di un nuovo approccio alla montagna, molto più generalista e prendere adeguate misure per aumentare il grado di consapevolezza di chi si avvicina a questo spazio magico e complesso. Far passare messaggi che aiutino un pubblico più ampio possibile a comprendere non soltanto le regole del gioco per la propria sicurezza, prima tra tutte la capacità di valutare la scelta del percorso in base alla propria esperienza, ma anche le norme di comportamento adatte al rispetto dell’ambiente che si attraversa, che sono fatte di attenzioni differenti da quelle che siamo abituati a osservare in altri contesti (urbano o rurale), perché specifiche di uno spazio limite, comunque e sempre estremo, spesso di confine. In fondo quello che mi piace pensare è che un’escursione in montagna (anche a bassa quota) sia sempre un’avventura e come per ogni avventura, piccola o grande, bisogna essere preparati.

mercoledì 9 giugno 2021

 




La radura del Prunno, le fonti e il sacro


La famosa radura del Prunno, sull’Altopiano di Asiago non è certo un luogo segreto. Anzi, nonostante non sia più attrezzata come un tempo rimane ancora uno dei posti più frequentati dell’Altopiano, dove si tengono manifestazioni e si incrociano numerosi sentieri e facili passeggiate. Il suo nome non deriva da nulla che abbia a che fare con l’albero del pruno o simili, ma dalla presenza nell’area di una fonte. In cimbro, effettivamente la parola fonte è Prunn. Se si cammina distrattamente lungo il sentiero o si scorazza nella radura si potrebbe non trovarla, ma è là, abbandonata e dissestata. Eppure un piccolo corridoio di lastre calcaree e scalini, ci fanno ancora immaginare una sistemazione quasi monumentale di questa sorgente. Su un altopiano carsico come questo le fonti in quota sono rare, quindi a maggior ragione preziose. Tanto preziose da dare il nome all’area intera e a volte da diventare sacre. Una volta ho visitato un luogo sacro aborigeno in Australia, nelle Blu Mountains che si chiama Katoomba. Il nome significa “luogo delle acque che precipitano”, per la presenza di una spettacolare cascata. Così il binomio tra territorio e fonte d’acqua diviene palese e inscindibile attraverso la toponomastica, che conserva il ricordo dell’importanza di questi punti per la sopravvivenza umana. Oggi non avrebbe senso, l’acqua esce dal rubinetto, ma c’è stato un tempo (e neanche troppo lontano) in cui per tutte le civiltà umane un punto d’acqua aveva importanza campale per la comunità. Le sorgenti e le fonti “nominavano” la zona, venivano curate e rese veri e propri monumenti della vita. L’aspetto funzionale e pratico camminava di pari passo con quello sacrale e estetico. Katoomba non è diverso da Prunno. La magia dell’acqua ispiratrice della vita viene sottolineata e diventa la ragione essenziale per cui conoscere e riconoscere quel luogo.

Il fatto che il Prunno fosse frequentato come stazione di caccia stagionale già dal Paleolitico (il Riparo Battaglia è una stazione sottoroccia che ha restituito un gran numero di manufatti e resti di cacciagione), non fa che confermare tale centralità. La presenza di riparo e acqua sono stati i primi “lussi” dei nostri antenati. I luoghi in cui sgorgava l’acqua sono stati tra i primi luoghi sacri, con un culto specifico già in epoche remotissime e spesso sono rimasti tali a discapito dei secoli e delle civiltà. Spesso lo sono ancora oggi. Ma in fondo, che abbia preso o no una connotazione religiosa ufficiale ogni fonte d’acqua ha una sua sacralità intrinseca non per forza codificata. La religione greco/romana aveva superato questo problema assegnando indiscriminatamente ad ogni fonte una ninfa. Riproducendo addirittura sorgenti nelle grotte artificiali come luoghi sacri (i ninfei). Le tradizioni anche posteriori ci parlano sempre di esseri acquatici che “presidiano” fonti e corsi d’acqua, come le Anguane (che probabilmente dalle ninfe in qualche modo derivano), particolarmente presenti in ques’area.

Il grande storico delle religioni Mircea Eliade scriveva: “Chi fra i Greci, poteva vantarsi di conoscere i nomi di tutte le ninfe? Erano le divinità di tutte le acque correnti, di tutte le sorgenti, di tutte le fonti. Non le ha prodotte l’immaginazione ellenica: erano al loro posto, nelle acque, fin dal principio del mondo; dai Greci ricevettero forse la forma umana e il nome. Sono state create dallo scorrere vivo dell’acqua, dalla sua magia, dalla forza emanata, dal mormorio delle acque”. Ecco forse questa frase spiega meglio di qualunque altra il rapporto tra uomo e fonte. Spiega perché ogni corso d’acqua, nel luogo in cui dal grembo della terra esce alla luce del sole, venga spesso monumentalizzato, sottolineato. Non fa eccezione il Prunno dove, pur nella spartana povertà dell’utilizzo delle classiche lastre calcaree e nella rovina dell’abbandono, questo intento si percepisce. Come si percepisce l’antica sensazione di rispetto e tranquillità che solamente una fonte che sgorga nel bosco sa dare.


venerdì 28 maggio 2021

 




Le pievi di campagna e il senso dell’accoglienza e del viaggio


Un giorno si decide, un giro enogastronomico della Valpolicella. Partiamo senza una meta precisa, girovagare in auto, fermarci in qualche cantina, degustare. Mentre ci aggiriamo per questo splendido territorio un lontano campanile attira la mia attenzione. Ci avviciniamo: è la pieve di San Floriano. Internamente si presenta non dissimile a tutte molte chiese già visitate, frutto di restauri e sovrapposizioni più o meno antiche. Ma è all’esterno che la struttura rende al massimo. Una bellissima chiesa in stile romanico impreziosita su uno dei lati lunghi da un bellissimo portico a L. Sulle mura una teoria di materiali di recupero appartenuti a sepolture e strutture di epoca romana, sotto i portici i muri segnati da un fiorire di parti di affresco alternate e sovrapposte a incisioni e scritte di epoche diverse. 

A cosa serve quel grande porticato in una chiesa? In realtà a molte cose. Un luogo riparato dove svolgere attività legate alla chiesa, ma anche dove incontrarsi prima e dopo la messa. Eppure proprio quel luogo riparato, così apparentemente scontato ha avuto un importante ruolo nella vita del passato. Aveva anche la funzione di offrire protezione e riparo ai viandanti, soprattutto in epoca medievale, che percorrevano le strade di campagna. La viabilità medievale era molto intensa e allo stesso tempo lenta. Si viaggiava a piedi o a cavallo e i viaggi potevano durare mesi o anni. Si muovevano soprattutto pellegrini o mercanti, ma anche artigiani, artisti. Questo traffico rese necessario lo sviluppo di una rete di luoghi dove i viaggiatori potessero trovare ricovero. I vari regni organizzarono così poste, i privati aprirono locande; ma la parte del leone in questo senso lo fece la chiesa, grazie alla sua capillare diffusione in tutto l’occidente. Nacquero così ospedali (ospizi), foresterie in abbazie e conventi ed anche le pievi, spesso, furono pensate per garantire un rifugio di fortuna ai viandanti. Ma cos’era una pieve?

Il termine Pieve deriva da PLEBS, popolo, cioè la comunità dei battezzati. Durante il medioevo si intende sia la comunità dei fedeli, sia il distretto territoriale su cui viveva la comunità, ma anche l’edificio ecclesiastico che possedeva il diritto di battesimo e sepoltura, solitamente retto da un sacerdote chiamato PIEVANO.

Che queste unità religiose e amministrative fossero posizionate in luoghi strategici per la viabilità è un fatto intuitivo, ma osservate bene le loro mura.
Conservano spesso memoria di una storia che le precede. Inglobano materiali di recupero di epoche più antiche, provenienti da monumenti funerari di epoca romana, capitelli di antichi templi. Così se è vero che la viabilità medievale ricalcava quasi interamente la viabilità romana (anzi, in realtà utilizzava proprio quella), i punti di sosta strategici dovevano necessariamente essere simili. Un viandante sorpreso dal maltempo o dalla notte, seguendo la vista del campanile poteva contare almeno su un luogo riparato nel quale riposare. Un utilizzo che continuerà ancora per molto tempo, simbolo di un mondo lontano dal nostro comune modo di pensare. Un mondo dove l’ospitalità aveva un ruolo sacro ed era un fatto quotidiani nella vita delle persone. Un mondo in cui mettersi in viaggio significava sempre iniziare un’avventura e dove spesso ci si incamminava senza sapere esattamente dove ci si sarebbe fermati, in che condizioni, sotto quale tetto. Così, mentre guardo questo portico da turista moderno, pronto a recarmi a pranzo in una azienda vinicola di pregio, rivedo le centinaia di persone, viandanti e commercianti che sotto quel portico hanno trovato rifugio per una notte. Conforto dopo un viaggio spossante sotto il sole che brucia o la pioggia. Penso alle loro avventure, ma anche alle disavventure. Penso che in fondo dovremmo essere un po' più liberi di osare, che ci hanno insegnato a programmare, ad andare sul sicuro. Vivere nella comodità. Forse a volte dovremmo solo partire senza sapere dove dormiremo la notte successiva.

lunedì 24 maggio 2021

 




La voragine Giacominerloch, le anguane, la terra e l’acqua


Un territorio nasconde sempre luoghi segreti e suggestivi che rimangono fuori dalle mete più frequentate e famose. Questo perché poco pubblicizzati, o marginali,difficili da raggiungere o magari un po' pericolosi. Questa è un’ode a questi luoghi, perché spesso custodiscono una storia o delle storie che rimangono nella memoria delle persone del luogo, magari solo degli anziani. Posti suggestivi conosciuti agli esperti o a una minoranza di persone. E’ il caso del Giacominerloch, sull’Altopiano di Asiago. Scoperto per caso, invisibile ai grandi flussi turistici è una profondissima cavità carsica che si sviluppa per circa 600 metri nelle viscere della terra. Conosciuto soprattutto da gruppi speleologici ed esplorato ufficialmente a partire dal 1936 ad opera del Gruppo Grotte del CAI di Vicenza, lo sprofondo è giustamente poco pubblicizzato perché, ovviamente, pericoloso. Ne ho sentito parlare da amici, l’ho visitato, mi sono incuriosito e ho avuto modo di trovare almeno due antiche leggende che aleggiano sullo sprofondo. Due storie simili, una più complessa, una più semplice.

Nella versione più immediata si narra che visitando il Giacominerloch all’alba si può scorgere una ragazza, metà umana e metà Anguana che ogni notte esce dalle viscere della terra, per poi essere costretta a rientrare nella voragine al canto del gallo. In quella più complessa si narra la vicenda di un tempo senza tempo. I viandanti che percorrevano la strada di Cesuna udivano strani lamenti di donna. Nessuno aveva il coraggio di scoprire di chi fossero. Già nessuno, tranne l’impavido boscaiolo Josel. E’ lui che una notte di luna piena, di ritorno dalla festa di S. Marco segue la voce e si ritrova sul bordo della profonda voragine. Si distende e chiede “chi sei?”. La voce lontana risponde. Si chiama Giacomina e proviene dal regno dei laghi e delle grotte; il suo unico desiderio è di rivedere l’Altopiano. Il nostro eroe non perde tempo e cala una corda. La ragazza sale, ha la pelle d’argento e i capelli verdi, ma l’incanto dura poco, al primo canto del gallo scompare, risucchiata di nuovo nell’orrido. Josel non si perde d’animo, si cala nella voragine ritrovandosi su una spiaggia, in un mondo sotterraneo fatto di laghi e fiumi. Qui ritrova Giacomina che gli narra la sua storia. Furono gli elfi a rapirla, per vendetta contro suo padre, valente boscaiolo che aveva abbattuto gran parte della foresta di Cesuna costringendo gli elfi a fuggire sotto terra. Ora il suo aspetto tradisce il suo destino, si sta trasformando in un’anguana. Quindi come fuggire? I due attendono la primavera e lo scioglimento della neve che scrosciando nel sottosuolo li trasporta fuori. Josel blocca i piedi di Giacomina con fango e alghe per impedire che venga trascinata indietro. Sono salvi, ma si accorgono di essere finiti in Val D’Astico, ai piedi dell’Altopiano. Quando risalgono verso Canove tutto è cambiato. Sono cambiati sentieri in strade, i boschi in pascoli, le persone hanno volti sconosciuti. Il tempo là sotto è relativo e cammina a passo molto più lento che in superficie, chissà quanto tempo i due hanno passato nel regno sotterraneo delle acque.

Le due storie hanno alcuni punti in comune: la voragine, innanzi tutto, l’alba e il fatto che la ragazza sia mezza anguana. Ma cosa sono quindi le anguane? Si tratta di creature della mitologia alpina e prealpina, bellissime di aspetto, con la pelle chiara come la luna e i capelli variamente colorati. La loro natura le fa risalire a ninfe delle fonti alpestri, vivono in luoghi nascosti, nel fondo di valli strette e scure, dove dalle rocce sgorgano sorgenti. All’alba si rifugiano all’interno di umide caverne ed escono solo di notte. Il loro canto melodioso ha la capacità di stregare gli uomini, trascinandoli nei gorghi dei torrenti facendoli annegare. Una particolarità di grande suggestione è la convinzione antica che i loro occhi fissassero le persone dal fondo delle pozze.

In queste storie si rintracciano tutte le caratteristiche peculiari di un archetipo antico. L’acqua fonte di vita, ma strettamente legata al sottosuolo, all’oscurità. Le profonde voragini e le caverne viste come accessi privilegiati al mondo sotterraneo, sempre precluso o pericoloso per gli uomini. L’esistenza stessa di queste figuri femminili ci riporta a tempi remoti e si ricollega alla figura della Signora degli Animali, madre morale di tutte le ninfe, in parte riecheggiata dalla figura spiccatamente italica di Diana, protettrice del parto, delle fonti e di tutto ciò che di vitale esce alla luce dall’oscurità della terra.

L’abisso, quindi diviene il collegamento naturale con un mondo ctonio carico di energie, quindi pericoloso ed incomprensibile. Ogni grotta o voragine (loch, in cimbro, cioè “buco”) ha ereditato dal passato una dote di leggende ed un alone di magia, quale luogo prediletto per incontrare potenze superiori, esseri sovrannaturali. E’ così per il Tanzerloch, la Stonhaus e molti altri, compreso il Giacominerloch (buco di Giacomina), con il suo carico di mistero che ancora oggi conserva, nonostante le numerose esplorazioni.


domenica 24 maggio 2020





In Australia tra i Kuku Yalanji, figli della foresta


La navigazione di ritorno è molto più calma rispetto a quella dell’andata. Il catamarano naviga tranquillo in alto mare. Siamo di ritorno dall’isola disabitata di Lady Musgrave, in piena barriera corallina a largo della costa orientale dell’Australia  (se vuoi leggere l’avventura a Lady Musgrave clicca qui  https://laricercadellessenziale.blogspot.com/2020/01/sullisola-deserta-della-barriera.html). Facciamo conoscenza con due insegnanti australiani che sono qui per fare snorkeling. Julie e Graham sono esattamente il tipo di professori che in Italia facciamo fatica ad avere, curiosi, piacevoli e a modo loro avventurosi. Mentre conversiamo amabilmente (tra un tuffo ed un altro nelle soste del catamarano) ci parlano di un luogo che li ha profondamente colpiti. Ne descrivono con toni entusiastici il fascino naturalistico e culturale. Non avevamo mai sentito parlare della Mossman Gorge, né, ovviamente era minimamente in programma la visita. Decidiamo di cambiare piano e andare.

L’ampio parcheggio lascia intravedere in fondo una struttura futuristica a vetrate. Il centro visite è chiaramente un progetto ambizioso di valorizzazione della cultura aborigena. La Mossman Gorge è una profonda incontaminata gola aperta faticosamente da un limpido fiume attraverso le montagne. E’ la patria del popolo dei Kuku Yalanji, che hanno vissuto qui fin da tempi remoti. All’appuntamento per la visita si presenta un bus guidato da un aborigeno obeso;  faccio mente locale e mi guardo intorno, la percentuale di obesi è impressionante.  Mi viene in mente ciò che dice Jared Diamond a proposito dell’aumento di obesità, malattie cardiovascolari e ipertensione tra gli abitanti indigeni della Nuova Guinea: il fisico dei popoli che per secoli hanno  condotto una dieta pressoché priva di sale e zucchero non ha sviluppato strategie per sintetizzarli in modo efficiente come i popoli industrializzati; l’adozione di uno stile di vita occidentale diventa una vera e propria epidemia di problemi di salute. Mentre il bus scalcinato ci conduce verso l’inizio della gola passiamo accanto ad una sorta di baraccopoli recintata fatta di penosi prefabbricati bianchi. I figli della foresta ora vivono qui, nel mezzo di una sterile terra bruciata dal sole a ridosso di quella che fu la loro casa originaria, per gentile concessione della politica governativa.
Ma non perdiamoci d’animo. All’inizio della gola viene a recuperarci la nostra guida (magra) dal nome impronunciabile (figuriamoci a scriverlo). Da questo istante viviamo tutta un’altra storia.  Ricorda vagamente Bob Marley, ma parla con passione della sua gente, della sua terra. La Mossman Gorge è una ripida gola coperta di una vegetazione lussureggiante, percorsa da un torrente che salta tra le rocce coperte di muschio. Un luogo selvaggio. I Kuku Yalanji chiamano la foresta “Madre” e ci chiedono di entrare con rispetto. Prima di incamminarci ci sottopongono alla cerimonia del fuoco. Dobbiamo girare varie volte intorno ad un fuoco acceso lasciandoci avvolgere dalle spire del fumo. Serve ad allontanare gli spiriti cattivi, dice lui, ma io sospetto che in realtà ha il solo scopo di toglierci l’odore di civiltà di dosso. Poi, con voce ferma e tonante, avverte lo Spirito della Foresta che questi sconosciuti sono con un suo figlio (i Kuku si definiscono figli della foresta) e stanno camminando con lui da amici. Per questa gente la foresta è contemporaneamente un supermercato, una casa, una madre e un’università. Mentre camminiamo esplorando la gola, guardingo su un tronco, ci osserva uno splendido Rainforest Dragon, grande rettile arboreo della famiglia Hypsilurus.
Intanto scopro quanto un luogo sacro possa essere semplice. Due grandi rocce che poggiano l’una sull’altra lasciando un varco che ricorda un portale. In questo luogo i figli della foresta celebrano le quattro cerimonie più importanti della tribù: nascita, iniziazione, matrimonio e morte. L’iniziazione in particolare riveste un ruolo fondamentale, segna il passaggio all’età della responsabilità personale e avviene intorno ai tredici anni. Arriviamo al fiume. I Kuku hanno un rapporto simbiotico con questo ambiente, si lavano e bevono la sua acqua. La nostra guida ci invita caldamente a berne (probabilmente sa che in molti si rifiuterebbero) come gesto di condivisione il popolo e con l’ambiente in cui sono immersi in una unità difficile da comprendere. E mentre beviamo, in un attimo di distrazione lui si è già spogliato e sta facendo il bagno nel fiume, la sua giornata di lavoro è finita, la foresta può riprendersi finalmente suo Figlio.

venerdì 24 aprile 2020













BREVE STORIA LETTERARIA (E MAGICA) DELLA SALAMANDRA

(Monte Olimpo, Grecia)


Il sentiero corre ripido giù dalle pendici nebbiose del massiccio. Scendendo dal Monte Olimpo il pensiero va alla carica mistica e mitologica che questo luogo ha sempre ispirato nella mente degli uomini. Qui generazioni di greci hanno immaginato la patria delle divinità, qui hanno inizio o si svolgono la maggior parte di quelle storie che sono entrate a far parte della mitologia e della pratica religiosa del mondo Mediterraneo dando origine alla nostra cultura. Non è difficile immaginare perché proprio qui. La cima dell’Olimpo è quasi perennemente coperta da bianche nubi, fitte nebbie scendono a banchi tra i pini loricati balcanici e mentre coprono completamente Myticas, la vetta che abbiamo da poco lasciato, immergono le gole e le foreste più sotto di un’atmosfera magica e solenne. Una tenue pioggia rumoreggia sulla roccia, sull’erba, sugli aghi raccolti a grappoli dei pini. Ancora più a valle ruscelli impetuosi si ingrossano e corrono veloci precipitando in cascate dal suono armonioso. Questo luogo così sospeso tra le nebbie del tempo è pieno di vita, anche se tutto sembra immobile, iniziato un tempo remoto e ancora all’inizio. La vita si risveglia tra le umide rocce e veloce traversa il nostro sentiero una splendida salamandra pezzata. Guizza con fare interdetto (siamo noi gli intrusi) inconfondibile nel suo corpo nero chiazzato di macchie gialle ben evidenti. I colori sgargianti sono il suo monito ai malintenzionati: sono tossica, non mangiatemi. E tossica lo è veramente, visto che secerne da apposite ghiandole una sostanza fortemente irritante per le mucose. Poi ne scorgiamo un’altra, più sotto un’altra ancora, sembra si siano date appuntamento per un flashmob.

Rimango attonito, non ne avevo mai viste così tante e mentre osservo da vicino la bellezza della colorazione di questi esserini inizio a studiare la sensazione che cresce nella mia testa di aver già avuto a che fare con questa stupenda creatura, ma dove? Rimango per tutta la discesa con quel pensiero fisso nella testa: dove?dove? Poi all’improvviso, con quel sorriso tutto mentale che si ha quando un pensiero che nasce indistinto si trasforma in un “ma dai!”, ricordo. Qualche tempo prima ero incappato nei racconti di un certo Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, scrittore/musicista dell’ottocento fuori di testa che mi avevano colpito per assurdità e originalità. In uno di questi, Il vaso d’oro, il protagonista si trovava invischiato in una faccenda magico/alchimistica che si conclude con la scoperta di aver avuto a che fare, fin dall’inizio della storia, con uno stregone che in realtà è….una salamandra. Ma perché proprio una salamandra? Perchè non un drago o un unicorno? Me lo ero chiesto già durante la lettura di quel libro che poi ho perso e mai più trovato. Nel racconto si evince perfettamente che la salamandra è rivestita di una carica magica, un animale simbolo di un’antica tradizione. E tornando indietro del tempo scopriamo quanto questo esserino apparentemente umile abbia ricoperto nei secoli una veste importantissima. Hoffman aveva probabilmente attinto ad tradizione alchemica. Secondo questa tradizione, attiva fino al 1700, le salamandre erano associate a mitici esseri chiamatati elementali del fuoco e per questo presi a simbolo del processo alchemico di calcinazione (riscaldamento ad alta temperatura per il tempo necessario utile ad eliminare tutti gli elementi volatili in una sostanza). Ecco che il nostro simpatico anfibio, che troviamo sempre in luoghi umidi e con presenza di acqua viene sorprendentemente associato al fuoco. Ma perché?

Bisogna andare molto indietro nel tempo per trovare tracce della nascita di questa fortuna e comprendere un po' la genesi di questo strano accoppiamento. In epoca medievale questa tradizione aveva preso già piede, tanto che un fine e onesto osservatore come Marco Polo, avendo viaggiato nel lontano oriente e avendo visto di persona tante e tante cose, ne Il Milione si sentiva in dovere di spiegare un malinteso, parlando di un tessuto fatto con l’amianto e quindi resistente al fuoco, spesso confuso con l’animale: “e queste sono le salamandre, e l’altre sono favole”. A smentire evidentemente la credenza diffusa che le salamandre fossero animali in grado di resistere al fuoco. Ed effettivamente in quegli anni questa idea era piuttosto diffusa se il quasi contemporaneo Brunetto Latini, grande intellettuale, ma non esattamente uno scienziato scriveva, nel suo Li livres dou tresor (metà del 1200): “E sappiate che la salamandra vive in mezzo alla fiamma del fuoco senza dolore e senza danni al suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura”. Abbiamo aggiunto quindi un notevole dettaglio, ossia che non solamente la salamandra vive nel fuoco, ma riesce a spegnerlo. Un ulteriore tassello di questa storia si ritrova qualche anno prima. Siamo nell’XI secolo e una misteriosa lettera arriva nelle mani dell’imperatore bizantino, di Federco II di Svevia e anche del Papa. In questo manoscritto un misterioso Re, governante di un altrettanto misterioso e sconosciuto paese cristiano posto lontano in Asia, alle spalle della parte del mondo musulmano e che si firma Prete Gianni, chiede di aprire vie diplomatiche con l’Europa cristiana e descrive i suoi fantastici possedimenti traboccanti di meraviglie. Tra queste “… vicino alla zona torrida vi sono dei vermi che nella nostra lingua si chiamano salamandre. Questi vermi possono vivere solo nel fuoco e si circondano di una sorta di pellicola, come gli altri vermi che producono la seta. Questa pellicola è lavorata con cura dalle donne del nostro palazzo e ne ricaviamo vesti e panni per tutte le necessità della nostra eccellenza. Questi panni si lavano solo in un fuoco che arda violento”. In questo caso la nostra povera salamandra è diventata addirittura un verme, ma rimane ben salda l’opinione che viva nel fuoco. Ma non bisogna credere che questa idea sia nata nelle lontane lande mitiche dell’Asia. Anzi è molto probabile che si sia diffusa lontano attraverso la cultura classica greca e latina, visto che già in epoca romana l’onnipresente Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale ci spiegava che la salamandra “è tanto fredda che al suo contatto il fuoco si estingue non diversamente dall’effetto prodotto dal ghiaccio”. Quindi in origine non vive nel fuoco, ma la sua straordinaria (e del tutto falsa) resistenza al fuoco ha dato adito a farle prendere residenza tra le fiamme, credenza diffusa nel medioevo e ripresa poi in chiave simbolica con l’avvento dell’alchimia, fino ad essere utilizzata nei racconti fantastici dell’800.

Guardo di nuovo il piccolo animale che fuggendo si dirige verso il bordo del sentiero per cercare di nuovo il ruscello, suo habitat naturale. Quanta storia e quante storie si porta dietro inconsapevole. Pagine di mito, scienza, favola e credenze scritte in suo onore. Migliaia di anni di stupore, migliaia di occhi che nel tempo lo hanno osservato favoleggiando sulle sue capacità. Un omaggio al mondo che ci circonda che non ha mai finito di meravigliarci anche con gli esseri più piccoli e meno appariscenti, di cui, almeno per me e per oggi tu, piccola salamandra sei il simbolo perfetto.


giovedì 26 marzo 2020







Perché i centauri ci ricordano che siamo bestie

(Pelio, Grecia)


La penisola del Pelio è un luogo poco conosciuto al turismo internazionale, ma è forse uno dei più affascinanti di tutta la Grecia. Un promontorio che si sporge nel mare coperto da foreste lussureggianti attraversate da sentieri che spesso portano a spiagge isolate dalla sabbia fine e dalle acque calde e cristalline. Sulle coste qualche località balneare e nell’entroterra sperduti villaggi montani poco popolati  antichi quanto l’uomo. Ed è proprio mentre mi aggiravo senza meta per uno di questi villaggi chiamato Milies, che mi imbatto nel tipico cartello a forma di freccia che indica un sentiero, il segnale indica solennemente: Grotta del Centauro Chirone. Non avevo in programma escursioni, ma come si fa a resistere ad un richiamo del genere? Imbocco il sentiero che piano piano scende dal centro abitato verso le campagne, costeggiando una buona parte del villaggio ormai spopolata e con edifici in rovina. Improvvisamente mi ricordo di aver letto che nella mitologia il Pelio era famoso proprio perché qui vivevano i Centauri. Tutti ricordiamo dalle scuole che questi esseri particolari erano metà uomini e metà cavalli, ma  a parte questo? In realtà le loro gesta più famose son abbastanza poco edificanti. Erano considerati esseri selvaggi e violenti, poco abituati al rispetto delle regole civili e di conseguenza pericolosi. La loro bravata maggiore ha un peso abbastanza importante nella mitologia tanto da meritare il nome di centauromachia (battaglia dei Centauri) e inizia con una sbronza. Il buon re Piritoo (umano) organizza le sue nozze con la fidanzata Ippodamia e decide di invitare, oltre a parecchi eroi greci festaioli, anche i Centauri, che iniziano immediatamente a bere in maniera spropositata. Uno di questi, Eurito che evidentemente aveva la dote comune a molti di diventare molesto quando si ubriaca, pensa bene di offendere il padrone di casa e tentare di violentare la sposina. Gli umani (che immaginiamo altrettanto alticci) non la prendono bene ed inizia una rissa (i matrimoni si rovinavano anche allora), che degenera in breve in una vera e propria battaglia armi in mano. Alla fine gli uomini ebbero la meglio e i Centauri furono costretti ad abbandonare la Tessaglia (v. anche Ovidio, Metamorfosi XII, 210 ss). Ovidio, sulla scia di Omero, di questi simpatici guastafeste ricorda solamente il nome di Eurito, mentre in una composizione attribuita tradizionalmente a Esiodo, Lo scudo di Eracle, si fa menzione anche ad altri compari del suddetto: Petreo (che significa rupestre), Asbolo (Fuliggine), Arcto (Orso), Urio (Montano) , Mimante, Perimede, Drialo (Quercia).
E’ ottobre, il sentiero attraversa boschi con incredibili accoppiamenti di frutti,  castagne accanto a fichi. Poi  prosegue a lungo fino al mare, ma una deviazione indica che sono quasi arrivato. La grotta è un’apertura larga e bassa, attraverso la quale si accede ad un’ampia cavità fresca e ombrosa composta da un unico locale. Al centro di questa qualche devoto ad antichi culti ha posizionato una grande spirale di sassi con al centro fiori ormai secchi. Sembra più un’istallazione di Land Art, ma rimanendo qualche minuto in silenzio al suo interno ne percepisco appieno la sacralità ed un rispetto tanto antico quanto profondo. Così la tradizione vuole che qui abitasse Chirone. Bene, se abbiamo detto che i centauri erano violenti ed insolenti, lui rappresenta l’eccezione. Figlio di Crono, era famoso per la grandissima saggezza, nonché per essere buon amico degli uomini (soprattutto di Peleo). La sua gloria imperitura è dovuta al fatto che la tradizione lo vuole maestro di innumerevoli eroi greci (Achille, Giasone, Asclepio, sembra abbia insegnato addirittura a suonare ad Apollo). Profondo conoscitore della medicina, delle erbe, della guerra e di molte altre materie utilissime a qualunque eroe guerriero o semidio che si rispettasse a quei tempi, fu sostanzialmente nella mitologia greca per tutti i ragazzi che volevano affrontare grandi imprese ciò che Yoda è stato per Luke Skywalker in Guerre Stellari.

Mentre rimango sospeso nel tempo all’interno di un luogo magico che tempo non ha, un pensiero si fa largo nella mente. Questi esseri mitologici, metà uomo e metà bestia, col loro carattere violento e libidinoso ci ricordano perfettamente il dualismo dell’uomo, l’animale che ineluttabilmente e a dispetto di tutti gli sforzi che facciamo alberga dentro di noi. Sotto questo aspetto i nostri centauri possono essere assimilati al dio Pan, metà uomo e metà caprone, che col suo demoniaco aspetto era tanto prezioso (anche lui aveva insegnato agli uomini la musica e proteggeva greggi e armenti, oltre ad avere una grande importanza nel culto della fertilità), quanto terribile (anche lui parecchio libidinoso e in grado di emettere urla talmente spaventose da ingenerare nell’uomo il terror panico, che dal suo nome deriva). Forse gli stessi centauri furono anticamente divinità, al pari di Pan, poi declassate ad esseri mitologici. Forse anche la loro dualità buoni/violenti fu sdoppiata lasciando ai centauri in generale la violenza e alla figura di Chirone il compito di rappresentare la saggezza e l’amicizia nei confronti del genere umano. A ben guardare queste figure simboleggiano perfettamente anche la Natura in se stessa, da cui gli uomini hanno tanto da imparare, ma che può essere al tempo stesso violenta e terribile. Lo sono le montagne che saliamo, lo sono i mari che navighiamo, lo sono i boschi che attraversiamo. Non ne possiamo fare a meno e ne percepiamo profondamente gli insegnamenti e la saggezza che donano, eppure sono luoghi da trattare con rispetto e timore, perché in grado di divenire profondamente ostili. Ecco che in un tempo in cui l’uomo stava costruendo appena la sua illusoria sicurezza nella civiltà, nel rassicurante cerchio del villaggio questi esseri erano lì a ricordarci cos’eravamo noi prima di tutto questo, creatori e violenti, profetici e spaventosi, proprio come lo è la natura che ci ha generato, ricca di doni, di conoscenza e terribile. Queste figure sono li a ricordarci che l’ambiente non è mai stato e non sarà mai il nostro giardino e che noi non siamo e non saremo mai diversi dalla natura, per quanto ci sforziamo di sopire e nascondere il nostro lato oscuro e bestiale. Per quanto cerchiamo di addomesticare la natura e renderla innocua agirà sempre attraverso una creazione che passa per esplosione di energia libera e incontenibile, a volte spietata e violenta. Un dualismo che diventa parte di noi e del nostro rapporto con ciò che ci circonda e che forse dovremmo recuperare, almeno in parte per ricordarci chi siamo e da dove veniamo, magari iniziando a interagire con l’ambiente con un maggior rispetto e minore arroganza.