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giovedì 18 novembre 2021

 

 SLOVENIA

La tana di Erazem





Non molto distante dalle famose grotte di Postumia, tra le più belle ed estese d’Europa sorge un luogo leggendario la cui storia si intreccia indissolubilmente a quella di un personaggio altrettanto misterioso e affascinante. Tra i tanti castelli (molto ben conservati) che ospita il territorio sloveno, quello di Predjama colpisce di sicuro l’immaginazione per la posizione e l’ingegno architettonico. Si staglia, infatti sul fianco di un monte compenetrandolo perfettamente attraverso una vasta grotta naturale sfruttata abilmente per la costruzione delle strutture. Sebbene vanti una storia molto antica (le prime notizie risalgono al XI secolo), il nostro castello entra nel mito a partire dal 1478, anno in cui l’Imperatore Federico III d’Asburgo nomina barone il prode Erazem Leuger (Erasmo di Leug). Il nostro neo barone, infatti, non perde tempo e inizia da subito a compiere scorrerie a scopo di rapina lungo la strada che da Trieste conduceva a Vienna, rifugiandosi, dopo ogni malefatta proprio in questo imprendibile castello. Come nei migliori romanzi d’avventura, ovviamente le leggende ci spiegano che Erasmo sottraeva ingenti fortune solamente a ricchi e avidi mercanti o a pavidi nobili, per poi sparire come un fantasma senza lasciare traccia. Un nobile brigante di cui all’inizio nessuno sospettava. Ma il nostro eroe si spinse oltre, parteggiando apertamente per gli Ungheresi in una contesa che vedevano contrapposti questi ultimi proprio all’Imperatore d’Austria. Da osservato speciale vennero fuori tutte le sue bravate. Non sappiamo se Federico III ignorasse l’attività di Erasmo o se l’ avesse tollerata fin quando questo non gli si era schierato contro; fatto sta che non sapendo dove fosse nascosto, gli Asburgo misero sulle sue tracce un noto condottiero triestino, con lo scopo preciso di scovarlo, stanarlo e eliminarlo.

Ci vollero alcuni anni prima che l’esercito austriaco riuscisse a individuare il nascondiglio e, considerando imprendibile il castello di Predjama, si convenne che la soluzione migliore fosse quella di cingerlo d’assedio, aspettando il sopraggiungere della fame. Quello che nessuna sapeva, al di fuori degli abitanti era che il castello fosse in parte costruito sfruttando e addentrandosi in una profonda grotta naturale sul fianco della montagna e dalla parte più interna della cavità, un lungo cunicolo nascosto portava dalla parte opposta del monte. Grazie a questo passaggio segreto Erasmo era in grado di uscire nascostamente a procurarsi cibo. La fame, quindi, non arrivò. Anzi, il barone si prendeva gioco dell’esercito nemico inviando al campo doni in cibo (ciliege in tempo di ciliege, agnello per Pasqua). L’assedio, iniziato nel 1484, si protrasse per un anno. L’imperatore era furioso, mentre Erasmo sicuramente si faceva grasse risate alle sue spalle. Iniziarono a circolare nel campo asburgico voci secondo le quali il barone in realtà fosse il diavolo. Il castello, inoltre è dotato di un secondo ponte levatoio interno, che permette di isolare la parte più interna alla grotta, dove ancora oggi si riconoscono una cucina e un focolare (probabilmente usato come fucina) e da dove, guarda un po', parte il famoso passaggio (tuttora esistente) verso la libertà. Non era sufficiente, quindi conquistare la rocca per essere sicuri di mettere le mani sul nobile bandito.

Ma si sa che quello che non può la tattica militare spesso può il denaro. Fu così che gli austriaci riuscirono a corrompere un servitore del barone per aiutarli a metterlo fuori gioco. Il traditore indicò loro il luogo più vulnerabile del sistema difensivo di Predjama e, convenuto un segnale si decise che quando Erazem sarebbe stato in quel punto esatto, una candela sarebbe stata accesa alla finestra stabilita. La fine di questa storia ha un che di inglorioso. Erazem quella sera, dopo cena, chiese permesso ai presenti e si accomodò sulla latrina. La candela si accese e un tenue bagliore illuminò una finestra del palazzo. Una palla ben calibrata e che sapeva dove colpire andò a infrangersi proprio sulla parete di roccia sovrastante la latrina e il barone fu investito da pesanti massi staccatesi dall’impatto, facendo crollare il soffitto. E forse pensando che neanche al bagno si poteva stare in pace trovò una morte beffarda degna delle beffe che aveva messo in pratica ai danni dell’Imperatore (ma forse meno eroica).

Oggi il castello, perfettamente conservato rimane uno dei luoghi più suggestivi della Slovenia, in un susseguirsi di stanze, cunicoli, volte rocciose che spesso si uniscono in un ambiente unico e fortemente evocativo. Un astuto sistema di raccolta delle acque piovane e di stillicidio della roccia corre lungo pareti che si fatica a distinguere se in roccia viva o muratura, mentre un crescente senso di mistero sale nel visitatore mentre si addentra nelle parti più interne della grotta. Ancora oggi, dalla terrazza superiore si scorge nella valle sottostante la piccola chiesa del villaggio e accanto a questa un enorme albero secolare. Si narra che qui la sconsolata promessa sposa di Erasmo abbia fatto seppellire il suo audace, astuto, anarchico amato.



venerdì 27 agosto 2021




Perché la montagna non è un giardino


Negli ultimi periodi mi è capitato con crescente frequenza di leggere articoli e post sui social inerenti all’aumento del numero di incidenti in ambiente montano, spesso causati da mancanza di esperienza e/o equipaggiamento idoneo. Per chi frequenta assiduamente la montagna o per chi con essa ci lavora, questi fatti non sono nuovi. E’ sempre capitato di incontrare o prestare aiuto a persone evidentemente impreparate (anche psicologicamente) a gestire l’ambiente montano. Quello che colpisce è da una parte l’aumento degli “sprovveduti” (si badi bene, gli incidenti in montagna accadono anche a persone espertissime), dall’altra una eco mediatica che si fa sempre più massiccia (con articoli che spesso tradiscono evidentemente la poca conoscenza dell’ambiente da parte di chi scrive). Da questo fenomeno, evidentemente collegato, nascono alcune considerazioni.

E’ innegabile che da qualche anno la montagna ha visto crescere in maniera esponenziale la presenza di fruitori. Le restrizioni alle quali abbiamo dovuto sottostare nell’ultimo periodo hanno accentuato sensibilmente questo trend (centri commerciali chiusi, spiagge cui era difficile accedere, teatri, musei, cinema, palestre scomparsi dalla nostra esistenza per un anno). Un maggiore afflusso è un bene soprattutto per le economie dei luoghi di montagna, ma anche per una più diffusa conoscenza della bellezza che le nostre montagne custodiscono. E allora dove sta il problema? Il punto è che la crescente affluenza ha generato, soprattutto nei luoghi storicamente più famosi un effetto circolare pericoloso a livelli simbolico. Da una parte, infatti le più note località montane, quelle per intenderci dove ci sono montagne alte e tanti km di spettacolari sentieri da percorrere, per far fronte nel migliore dei modi ad un’utenza sempre più ampia, hanno, giustamente, fatto tutto il necessario per rendere fruibile e sicuro il proprio territorio. Questo è successo nel tempo, non certo oggi. Ecco quindi che i sentieri sono perfettamente manutenuti e segnalati in maniera tale per cui è quasi impossibile già solo avere il dubbio su dove si sta andando. In alta quota si trova una rete di rifugi in cui poter dormire, riposarsi e mangiare (e bene anche), con il wifi, i parchi giochi per i bambini fuori. Fino a 3000 metri si incontrano graziose panchine in legno, ponticelli per superare i torrenti, staccionate come parapetti alle viste mozzafiato (instagrammabili, si direbbe). E’ un male tutto questo? Ovviamente no, anzi è valorizzazione del territorio, ampliamento della fruibilità, aumento della sicurezza e dell’estetica del territorio. Ma qui vengono le note dolenti, ossia l’aumento vertiginose dei frequentatori della montagna, molti di loro poco avvezzi alle alte quote e agli ambienti montani. Il pericolo è che passi per alcuni la percezione che la montagna sia un meraviglioso, curato, sicuro giardino in cui ammirare e fotografare spettacolari viste. Cosa che la montagna non è e non sarà mai. Innanzi tutto gran parte delle montagne italiane (dagli appennini alla Calabria, comprese molte zone alpine e prealpine) non sono affatto così. La rete sentieristica è valida ovunque, ma non è quasi mai a prova di improvvisazione. I punti di appoggio possono essere scarsi e sicuramente molto meno prodighi di servizi. Spesso la montagna ha l’aspetto di uno stupendo, grandioso ambiente brullo e ostico, pieno di pericoli, in cui stare attenti a tantissimi fattori (e non parlo degli animali, poveretti), che vanno dal terreno al tempo, dall’esposizione alla difficoltà di orientamento. Per affrontare con una ragionevole sicurezza questi ambienti si deve essere sufficientemente preparati, oppure affidarsi a qualcuno che lo è (guida, amico con una buona esperienza), altrimenti si può rischiare grosso. Inoltre anche i percorsi più accuratamente tenuti e tracciati nascondono insidie che si deve conoscere. Perché poi succede di trovarsi al punto di inizio di una intera rete sentieristica dolomitica e sentirsi chiedere da una turista per la quale potrei essere chiunque: “da che parte devo andare per fare un’escursione?” così, una a caso.

La montagna non è un giardino neanche dove ci somiglia. E’ un luogo di prudenza e di conoscenza, un ambiente ostico e complesso al quale avvicinarsi in punta di piedi e con tantissimo rispetto. L’improvvisazione può essere la risposta ad eventi inaspettati, non la base dalla quale partire.

Quindi fanno male a segnalare così bene i sentieri? Ovvio che no. Il problema è prendere atto di un nuovo approccio alla montagna, molto più generalista e prendere adeguate misure per aumentare il grado di consapevolezza di chi si avvicina a questo spazio magico e complesso. Far passare messaggi che aiutino un pubblico più ampio possibile a comprendere non soltanto le regole del gioco per la propria sicurezza, prima tra tutte la capacità di valutare la scelta del percorso in base alla propria esperienza, ma anche le norme di comportamento adatte al rispetto dell’ambiente che si attraversa, che sono fatte di attenzioni differenti da quelle che siamo abituati a osservare in altri contesti (urbano o rurale), perché specifiche di uno spazio limite, comunque e sempre estremo, spesso di confine. In fondo quello che mi piace pensare è che un’escursione in montagna (anche a bassa quota) sia sempre un’avventura e come per ogni avventura, piccola o grande, bisogna essere preparati.

domenica 24 maggio 2020





In Australia tra i Kuku Yalanji, figli della foresta


La navigazione di ritorno è molto più calma rispetto a quella dell’andata. Il catamarano naviga tranquillo in alto mare. Siamo di ritorno dall’isola disabitata di Lady Musgrave, in piena barriera corallina a largo della costa orientale dell’Australia  (se vuoi leggere l’avventura a Lady Musgrave clicca qui  https://laricercadellessenziale.blogspot.com/2020/01/sullisola-deserta-della-barriera.html). Facciamo conoscenza con due insegnanti australiani che sono qui per fare snorkeling. Julie e Graham sono esattamente il tipo di professori che in Italia facciamo fatica ad avere, curiosi, piacevoli e a modo loro avventurosi. Mentre conversiamo amabilmente (tra un tuffo ed un altro nelle soste del catamarano) ci parlano di un luogo che li ha profondamente colpiti. Ne descrivono con toni entusiastici il fascino naturalistico e culturale. Non avevamo mai sentito parlare della Mossman Gorge, né, ovviamente era minimamente in programma la visita. Decidiamo di cambiare piano e andare.

L’ampio parcheggio lascia intravedere in fondo una struttura futuristica a vetrate. Il centro visite è chiaramente un progetto ambizioso di valorizzazione della cultura aborigena. La Mossman Gorge è una profonda incontaminata gola aperta faticosamente da un limpido fiume attraverso le montagne. E’ la patria del popolo dei Kuku Yalanji, che hanno vissuto qui fin da tempi remoti. All’appuntamento per la visita si presenta un bus guidato da un aborigeno obeso;  faccio mente locale e mi guardo intorno, la percentuale di obesi è impressionante.  Mi viene in mente ciò che dice Jared Diamond a proposito dell’aumento di obesità, malattie cardiovascolari e ipertensione tra gli abitanti indigeni della Nuova Guinea: il fisico dei popoli che per secoli hanno  condotto una dieta pressoché priva di sale e zucchero non ha sviluppato strategie per sintetizzarli in modo efficiente come i popoli industrializzati; l’adozione di uno stile di vita occidentale diventa una vera e propria epidemia di problemi di salute. Mentre il bus scalcinato ci conduce verso l’inizio della gola passiamo accanto ad una sorta di baraccopoli recintata fatta di penosi prefabbricati bianchi. I figli della foresta ora vivono qui, nel mezzo di una sterile terra bruciata dal sole a ridosso di quella che fu la loro casa originaria, per gentile concessione della politica governativa.
Ma non perdiamoci d’animo. All’inizio della gola viene a recuperarci la nostra guida (magra) dal nome impronunciabile (figuriamoci a scriverlo). Da questo istante viviamo tutta un’altra storia.  Ricorda vagamente Bob Marley, ma parla con passione della sua gente, della sua terra. La Mossman Gorge è una ripida gola coperta di una vegetazione lussureggiante, percorsa da un torrente che salta tra le rocce coperte di muschio. Un luogo selvaggio. I Kuku Yalanji chiamano la foresta “Madre” e ci chiedono di entrare con rispetto. Prima di incamminarci ci sottopongono alla cerimonia del fuoco. Dobbiamo girare varie volte intorno ad un fuoco acceso lasciandoci avvolgere dalle spire del fumo. Serve ad allontanare gli spiriti cattivi, dice lui, ma io sospetto che in realtà ha il solo scopo di toglierci l’odore di civiltà di dosso. Poi, con voce ferma e tonante, avverte lo Spirito della Foresta che questi sconosciuti sono con un suo figlio (i Kuku si definiscono figli della foresta) e stanno camminando con lui da amici. Per questa gente la foresta è contemporaneamente un supermercato, una casa, una madre e un’università. Mentre camminiamo esplorando la gola, guardingo su un tronco, ci osserva uno splendido Rainforest Dragon, grande rettile arboreo della famiglia Hypsilurus.
Intanto scopro quanto un luogo sacro possa essere semplice. Due grandi rocce che poggiano l’una sull’altra lasciando un varco che ricorda un portale. In questo luogo i figli della foresta celebrano le quattro cerimonie più importanti della tribù: nascita, iniziazione, matrimonio e morte. L’iniziazione in particolare riveste un ruolo fondamentale, segna il passaggio all’età della responsabilità personale e avviene intorno ai tredici anni. Arriviamo al fiume. I Kuku hanno un rapporto simbiotico con questo ambiente, si lavano e bevono la sua acqua. La nostra guida ci invita caldamente a berne (probabilmente sa che in molti si rifiuterebbero) come gesto di condivisione il popolo e con l’ambiente in cui sono immersi in una unità difficile da comprendere. E mentre beviamo, in un attimo di distrazione lui si è già spogliato e sta facendo il bagno nel fiume, la sua giornata di lavoro è finita, la foresta può riprendersi finalmente suo Figlio.

venerdì 24 aprile 2020













BREVE STORIA LETTERARIA (E MAGICA) DELLA SALAMANDRA

(Monte Olimpo, Grecia)


Il sentiero corre ripido giù dalle pendici nebbiose del massiccio. Scendendo dal Monte Olimpo il pensiero va alla carica mistica e mitologica che questo luogo ha sempre ispirato nella mente degli uomini. Qui generazioni di greci hanno immaginato la patria delle divinità, qui hanno inizio o si svolgono la maggior parte di quelle storie che sono entrate a far parte della mitologia e della pratica religiosa del mondo Mediterraneo dando origine alla nostra cultura. Non è difficile immaginare perché proprio qui. La cima dell’Olimpo è quasi perennemente coperta da bianche nubi, fitte nebbie scendono a banchi tra i pini loricati balcanici e mentre coprono completamente Myticas, la vetta che abbiamo da poco lasciato, immergono le gole e le foreste più sotto di un’atmosfera magica e solenne. Una tenue pioggia rumoreggia sulla roccia, sull’erba, sugli aghi raccolti a grappoli dei pini. Ancora più a valle ruscelli impetuosi si ingrossano e corrono veloci precipitando in cascate dal suono armonioso. Questo luogo così sospeso tra le nebbie del tempo è pieno di vita, anche se tutto sembra immobile, iniziato un tempo remoto e ancora all’inizio. La vita si risveglia tra le umide rocce e veloce traversa il nostro sentiero una splendida salamandra pezzata. Guizza con fare interdetto (siamo noi gli intrusi) inconfondibile nel suo corpo nero chiazzato di macchie gialle ben evidenti. I colori sgargianti sono il suo monito ai malintenzionati: sono tossica, non mangiatemi. E tossica lo è veramente, visto che secerne da apposite ghiandole una sostanza fortemente irritante per le mucose. Poi ne scorgiamo un’altra, più sotto un’altra ancora, sembra si siano date appuntamento per un flashmob.

Rimango attonito, non ne avevo mai viste così tante e mentre osservo da vicino la bellezza della colorazione di questi esserini inizio a studiare la sensazione che cresce nella mia testa di aver già avuto a che fare con questa stupenda creatura, ma dove? Rimango per tutta la discesa con quel pensiero fisso nella testa: dove?dove? Poi all’improvviso, con quel sorriso tutto mentale che si ha quando un pensiero che nasce indistinto si trasforma in un “ma dai!”, ricordo. Qualche tempo prima ero incappato nei racconti di un certo Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, scrittore/musicista dell’ottocento fuori di testa che mi avevano colpito per assurdità e originalità. In uno di questi, Il vaso d’oro, il protagonista si trovava invischiato in una faccenda magico/alchimistica che si conclude con la scoperta di aver avuto a che fare, fin dall’inizio della storia, con uno stregone che in realtà è….una salamandra. Ma perché proprio una salamandra? Perchè non un drago o un unicorno? Me lo ero chiesto già durante la lettura di quel libro che poi ho perso e mai più trovato. Nel racconto si evince perfettamente che la salamandra è rivestita di una carica magica, un animale simbolo di un’antica tradizione. E tornando indietro del tempo scopriamo quanto questo esserino apparentemente umile abbia ricoperto nei secoli una veste importantissima. Hoffman aveva probabilmente attinto ad tradizione alchemica. Secondo questa tradizione, attiva fino al 1700, le salamandre erano associate a mitici esseri chiamatati elementali del fuoco e per questo presi a simbolo del processo alchemico di calcinazione (riscaldamento ad alta temperatura per il tempo necessario utile ad eliminare tutti gli elementi volatili in una sostanza). Ecco che il nostro simpatico anfibio, che troviamo sempre in luoghi umidi e con presenza di acqua viene sorprendentemente associato al fuoco. Ma perché?

Bisogna andare molto indietro nel tempo per trovare tracce della nascita di questa fortuna e comprendere un po' la genesi di questo strano accoppiamento. In epoca medievale questa tradizione aveva preso già piede, tanto che un fine e onesto osservatore come Marco Polo, avendo viaggiato nel lontano oriente e avendo visto di persona tante e tante cose, ne Il Milione si sentiva in dovere di spiegare un malinteso, parlando di un tessuto fatto con l’amianto e quindi resistente al fuoco, spesso confuso con l’animale: “e queste sono le salamandre, e l’altre sono favole”. A smentire evidentemente la credenza diffusa che le salamandre fossero animali in grado di resistere al fuoco. Ed effettivamente in quegli anni questa idea era piuttosto diffusa se il quasi contemporaneo Brunetto Latini, grande intellettuale, ma non esattamente uno scienziato scriveva, nel suo Li livres dou tresor (metà del 1200): “E sappiate che la salamandra vive in mezzo alla fiamma del fuoco senza dolore e senza danni al suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura”. Abbiamo aggiunto quindi un notevole dettaglio, ossia che non solamente la salamandra vive nel fuoco, ma riesce a spegnerlo. Un ulteriore tassello di questa storia si ritrova qualche anno prima. Siamo nell’XI secolo e una misteriosa lettera arriva nelle mani dell’imperatore bizantino, di Federco II di Svevia e anche del Papa. In questo manoscritto un misterioso Re, governante di un altrettanto misterioso e sconosciuto paese cristiano posto lontano in Asia, alle spalle della parte del mondo musulmano e che si firma Prete Gianni, chiede di aprire vie diplomatiche con l’Europa cristiana e descrive i suoi fantastici possedimenti traboccanti di meraviglie. Tra queste “… vicino alla zona torrida vi sono dei vermi che nella nostra lingua si chiamano salamandre. Questi vermi possono vivere solo nel fuoco e si circondano di una sorta di pellicola, come gli altri vermi che producono la seta. Questa pellicola è lavorata con cura dalle donne del nostro palazzo e ne ricaviamo vesti e panni per tutte le necessità della nostra eccellenza. Questi panni si lavano solo in un fuoco che arda violento”. In questo caso la nostra povera salamandra è diventata addirittura un verme, ma rimane ben salda l’opinione che viva nel fuoco. Ma non bisogna credere che questa idea sia nata nelle lontane lande mitiche dell’Asia. Anzi è molto probabile che si sia diffusa lontano attraverso la cultura classica greca e latina, visto che già in epoca romana l’onnipresente Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale ci spiegava che la salamandra “è tanto fredda che al suo contatto il fuoco si estingue non diversamente dall’effetto prodotto dal ghiaccio”. Quindi in origine non vive nel fuoco, ma la sua straordinaria (e del tutto falsa) resistenza al fuoco ha dato adito a farle prendere residenza tra le fiamme, credenza diffusa nel medioevo e ripresa poi in chiave simbolica con l’avvento dell’alchimia, fino ad essere utilizzata nei racconti fantastici dell’800.

Guardo di nuovo il piccolo animale che fuggendo si dirige verso il bordo del sentiero per cercare di nuovo il ruscello, suo habitat naturale. Quanta storia e quante storie si porta dietro inconsapevole. Pagine di mito, scienza, favola e credenze scritte in suo onore. Migliaia di anni di stupore, migliaia di occhi che nel tempo lo hanno osservato favoleggiando sulle sue capacità. Un omaggio al mondo che ci circonda che non ha mai finito di meravigliarci anche con gli esseri più piccoli e meno appariscenti, di cui, almeno per me e per oggi tu, piccola salamandra sei il simbolo perfetto.


giovedì 26 marzo 2020







Perché i centauri ci ricordano che siamo bestie

(Pelio, Grecia)


La penisola del Pelio è un luogo poco conosciuto al turismo internazionale, ma è forse uno dei più affascinanti di tutta la Grecia. Un promontorio che si sporge nel mare coperto da foreste lussureggianti attraversate da sentieri che spesso portano a spiagge isolate dalla sabbia fine e dalle acque calde e cristalline. Sulle coste qualche località balneare e nell’entroterra sperduti villaggi montani poco popolati  antichi quanto l’uomo. Ed è proprio mentre mi aggiravo senza meta per uno di questi villaggi chiamato Milies, che mi imbatto nel tipico cartello a forma di freccia che indica un sentiero, il segnale indica solennemente: Grotta del Centauro Chirone. Non avevo in programma escursioni, ma come si fa a resistere ad un richiamo del genere? Imbocco il sentiero che piano piano scende dal centro abitato verso le campagne, costeggiando una buona parte del villaggio ormai spopolata e con edifici in rovina. Improvvisamente mi ricordo di aver letto che nella mitologia il Pelio era famoso proprio perché qui vivevano i Centauri. Tutti ricordiamo dalle scuole che questi esseri particolari erano metà uomini e metà cavalli, ma  a parte questo? In realtà le loro gesta più famose son abbastanza poco edificanti. Erano considerati esseri selvaggi e violenti, poco abituati al rispetto delle regole civili e di conseguenza pericolosi. La loro bravata maggiore ha un peso abbastanza importante nella mitologia tanto da meritare il nome di centauromachia (battaglia dei Centauri) e inizia con una sbronza. Il buon re Piritoo (umano) organizza le sue nozze con la fidanzata Ippodamia e decide di invitare, oltre a parecchi eroi greci festaioli, anche i Centauri, che iniziano immediatamente a bere in maniera spropositata. Uno di questi, Eurito che evidentemente aveva la dote comune a molti di diventare molesto quando si ubriaca, pensa bene di offendere il padrone di casa e tentare di violentare la sposina. Gli umani (che immaginiamo altrettanto alticci) non la prendono bene ed inizia una rissa (i matrimoni si rovinavano anche allora), che degenera in breve in una vera e propria battaglia armi in mano. Alla fine gli uomini ebbero la meglio e i Centauri furono costretti ad abbandonare la Tessaglia (v. anche Ovidio, Metamorfosi XII, 210 ss). Ovidio, sulla scia di Omero, di questi simpatici guastafeste ricorda solamente il nome di Eurito, mentre in una composizione attribuita tradizionalmente a Esiodo, Lo scudo di Eracle, si fa menzione anche ad altri compari del suddetto: Petreo (che significa rupestre), Asbolo (Fuliggine), Arcto (Orso), Urio (Montano) , Mimante, Perimede, Drialo (Quercia).
E’ ottobre, il sentiero attraversa boschi con incredibili accoppiamenti di frutti,  castagne accanto a fichi. Poi  prosegue a lungo fino al mare, ma una deviazione indica che sono quasi arrivato. La grotta è un’apertura larga e bassa, attraverso la quale si accede ad un’ampia cavità fresca e ombrosa composta da un unico locale. Al centro di questa qualche devoto ad antichi culti ha posizionato una grande spirale di sassi con al centro fiori ormai secchi. Sembra più un’istallazione di Land Art, ma rimanendo qualche minuto in silenzio al suo interno ne percepisco appieno la sacralità ed un rispetto tanto antico quanto profondo. Così la tradizione vuole che qui abitasse Chirone. Bene, se abbiamo detto che i centauri erano violenti ed insolenti, lui rappresenta l’eccezione. Figlio di Crono, era famoso per la grandissima saggezza, nonché per essere buon amico degli uomini (soprattutto di Peleo). La sua gloria imperitura è dovuta al fatto che la tradizione lo vuole maestro di innumerevoli eroi greci (Achille, Giasone, Asclepio, sembra abbia insegnato addirittura a suonare ad Apollo). Profondo conoscitore della medicina, delle erbe, della guerra e di molte altre materie utilissime a qualunque eroe guerriero o semidio che si rispettasse a quei tempi, fu sostanzialmente nella mitologia greca per tutti i ragazzi che volevano affrontare grandi imprese ciò che Yoda è stato per Luke Skywalker in Guerre Stellari.

Mentre rimango sospeso nel tempo all’interno di un luogo magico che tempo non ha, un pensiero si fa largo nella mente. Questi esseri mitologici, metà uomo e metà bestia, col loro carattere violento e libidinoso ci ricordano perfettamente il dualismo dell’uomo, l’animale che ineluttabilmente e a dispetto di tutti gli sforzi che facciamo alberga dentro di noi. Sotto questo aspetto i nostri centauri possono essere assimilati al dio Pan, metà uomo e metà caprone, che col suo demoniaco aspetto era tanto prezioso (anche lui aveva insegnato agli uomini la musica e proteggeva greggi e armenti, oltre ad avere una grande importanza nel culto della fertilità), quanto terribile (anche lui parecchio libidinoso e in grado di emettere urla talmente spaventose da ingenerare nell’uomo il terror panico, che dal suo nome deriva). Forse gli stessi centauri furono anticamente divinità, al pari di Pan, poi declassate ad esseri mitologici. Forse anche la loro dualità buoni/violenti fu sdoppiata lasciando ai centauri in generale la violenza e alla figura di Chirone il compito di rappresentare la saggezza e l’amicizia nei confronti del genere umano. A ben guardare queste figure simboleggiano perfettamente anche la Natura in se stessa, da cui gli uomini hanno tanto da imparare, ma che può essere al tempo stesso violenta e terribile. Lo sono le montagne che saliamo, lo sono i mari che navighiamo, lo sono i boschi che attraversiamo. Non ne possiamo fare a meno e ne percepiamo profondamente gli insegnamenti e la saggezza che donano, eppure sono luoghi da trattare con rispetto e timore, perché in grado di divenire profondamente ostili. Ecco che in un tempo in cui l’uomo stava costruendo appena la sua illusoria sicurezza nella civiltà, nel rassicurante cerchio del villaggio questi esseri erano lì a ricordarci cos’eravamo noi prima di tutto questo, creatori e violenti, profetici e spaventosi, proprio come lo è la natura che ci ha generato, ricca di doni, di conoscenza e terribile. Queste figure sono li a ricordarci che l’ambiente non è mai stato e non sarà mai il nostro giardino e che noi non siamo e non saremo mai diversi dalla natura, per quanto ci sforziamo di sopire e nascondere il nostro lato oscuro e bestiale. Per quanto cerchiamo di addomesticare la natura e renderla innocua agirà sempre attraverso una creazione che passa per esplosione di energia libera e incontenibile, a volte spietata e violenta. Un dualismo che diventa parte di noi e del nostro rapporto con ciò che ci circonda e che forse dovremmo recuperare, almeno in parte per ricordarci chi siamo e da dove veniamo, magari iniziando a interagire con l’ambiente con un maggior rispetto e minore arroganza.

martedì 28 gennaio 2020







Nella Foresta Pluviale - [Australia]

L’unico modo di attraversare il Deintree River, punto di accesso alla regione, è un traghetto per automobili. Qui giungiamo di sera tardi a bordo dell’autovettura noleggiata il giorno prima; piove e siamo stanchissimi per gli spostamenti aerei e l’avventura passata su Lady Musgrave. Attraverso la fitta umidità dell’aria intravedo delle luci posteriori poco avanti, ci accodiamo. Nell’oscurità totale avvertiamo un rumore poco distante, una cerata arancione staziona fuori dal finestrino. A vestire la sgargiante divisa è, come in ogni film dell’orrore che si rispetti, un tipo strano, alto, allampanato, magro con i tratti scavati, capelli biondo paglia. Biascica qualcosa, poi allunga un foglio nell’abitacolo. E’ l’uomo del traghetto e viene a chiedere il pedaggio. Chissà perché penso istintivamente a Caronte. Capisce che siamo stranieri, ci chiede di attendere e poco dopo torna con un foglietto in mano: è una mappa del Deintree National Park; su due piedi trovo strana quella premura. Sarà la nostra salvezza. In tutta l’area tra il Deintree River e Capo York non c’è corrente elettrica, non ci sono fognature, non c’è campo per i cellulari, ma solo una distesa prepotente di foresta pluviale primaria, probabilmente la più antica d’Australia, interrotta qui e là da qualche villaggio e pochi insediamenti. Senza quella mappa, di notte con la pioggia non avremmo mai trovato il capanno ai margini della foresta che ci ha ospitato.
Siamo qui per immergerci in questa foresta primordiale, enorme e viva. Con pulsante meraviglia ci avviciniamo alla pulsante essenza di questo immenso essere vivente. Il sentiero Jindalba si biforca quasi subito; da una parte una comoda passeggiata su una passerella di legno, dall’altra andiamo noi, per un sentiero appena tracciato che si immerge per un’ora e mezzo di cammino nel cuore della vegetazione. Avanziamo estasiati sotto una volta  ad arcate altissima di verde smeraldo, di una lucentezza così vivida da sembrare innaturale, sotto di noi si stende un pavimento di radici intrecciate. L’ormai consueto concerto di uccelli tropicali ci segue durante il tragitto. Incontriamo un gran numero di tacchini selvatici dal corpo nero e capo rosso, incuranti del nostro passaggio e per nulla spaventati dalla nostra presenza. Mentre commentiamo il tripudio di vita che ci gira intorno, una sagoma nera attraversa a tutta velocità il sentiero a due metri da noi, troppo rapido per poterlo mettere a fuoco. Ne cogliamo solamente le scure setole con la coda dell’occhio ed un sommesso grugnito: un maiale selvatico. Le piante assumono forme di enormi ombrelli. Oltrepassiamo numerosi torrenti in secca che la stagione delle piogge si è lasciata alle spalle, come segni del recente passaggio. Giganteschi tronchi salgono al cielo. Cattedrale di mangrovie infinite rendono omaggio a questa natura primitiva e selvaggia, dove ogni cosa, per dimensioni e forme appare nuova ai nostri occhi europei. Intorno al sentiero le radici di questi alberi superbi, a volte più alte di noi, creano figure quasi sinistre di tentacoli giganti, ci sentiamo piccoli.
Le mangrovie sono una vista quasi onnipresente, ricoprono le rive del Cooper Creek, fiume dalle acque limacciose che navighiamo qualche tempo dopo. Uccelli si involano a pelo d’acqua, partendo dai rami più bassi. E’ pomeriggio. Improvvisamente la barca rimane immobile proprio nel mezzo del fiume. Un silenzio irreale cala tra le mangrovie; solamente un fischio penetrante echeggia con brevi pause e un tono ascendente da chissà dove. L’umidità flagella i nostri corpi sudati. Di nuovo il fischio, nel silenzio assoluto rende l’atmosfera carica di tensione, in una scena degna di Apocalypse Now. D’un tratto un sommesso sciabordio a una decina di metri dall’imbarcazione cattura la nostra attenzione, ci voltiamo appena in tempo per vedere un mostruoso coccodrillo scattare aprendo e serrando le fauci su un uccello di fiume. Poi più nulla e di nuovo silenzio. Senza scampo la vittima sarà stata trascinata in un luogo appartato per essere finita.
Questa è la foresta, meravigliosa e senza pietà, la lotta per la sopravvivenza spietata, eppure il suo fascino è ipnotico e chiunque vi sia stato desidera tornarci. Un luogo che per noi, abituati alla civiltà antropizzata da cui veniamo sembra smisuratamente pieno di pericoli, estraneo e indecifrabile e che comunque risveglia istintivamente un’attrazione che ha il sapore di casa. Una casa che abbiamo perduto per sempre.

giovedì 16 gennaio 2020






Sull'isola deserta della barriera corallina - LADY MUSGRAVE ISLAND -

[Australia]


Lo Spirit Of 1770, un catamarano leggero a motore, spinge  coraggiosamente la prua verso il mare aperto. Dagli oblò, le onde gonfiate dalle correnti oceaniche, sembrano accanirsi sulla malferma imbarcazione che ne viene investita continuamente. Si impenna, vibra, si alza su un lato e pericolosamente si poggia solo per attendere un nuovo assalto dei flutti. A bordo, a parte l’equipaggio, quasi tutti sono in preda al mal di mare e sopraffatti dalla nausea. Siamo partiti dal porto di un villaggio dal nome curioso: 1770, dove il capitano Cook sbarcò, appunto in quell’anno sulla costa australiana, diretti su una piattaforma nel mezzo della barriera corallina posta a tre ore e mezzo di navigazione dalla costa orientale. Qui si fermerà la maggior parte dei nostri compagni di viaggio, ora intenti a superare il momento da sbornia che stanno vivendo per godersi una giornata di snorkeling tra i colori vivaci del famoso fondale e tornare indietro nel tardo pomeriggio. Noi invece saremo sbarcati da una lancia sull’isola disabitata chiamata Lady Musgrave, che fa parte dell’arcipelago isolato e intatto delle Capricornia Keys. Abbiamo chiesto on line un permesso al governo australiano per poter raggiungere l’isola con l’intento di passarci la notte. Siamo avvertiti di portare acqua e viveri in eccesso, poiché non vi è niente e se il mare fa capricci ancora maggiori non è detto che possano rivenirci a prendere.
Mentre ragazzi e signori indossano il necessario e si lanciano dalla piattaforma all’esplorazione dell’oceano, noi ne approfittiamo per recuperare le forze e ammirare da lontano la bellezza selvaggia dell’isola da sogno che ci appare come nelle descrizioni dei romanzi di avventura, intatta e meravigliosa. Abbracciata da una striscia di spiaggia bianchissima, ricoperta da una lussureggiante vegetazione, circondata da un mare cristallino che si perde fino all’orizzonte, maestoso. E’ primo pomeriggio quando la barca dal fondo piatto ci lascia sulla spiaggia meridionale, unico punto di sbarco. Non calpestiamo sabbia, ma bianchissimi coralli, portati a riva dal mare. In realtà tutta l’isola non è terraferma, ma sedimentazione di coralli in centinaia di anni il cui cumulo ha alzato la barriera al di sopra del livello del mare. Camminiamo letteralmente su una porzione emersa di barriera corallina. Il sentiero si fa largo attraverso la fitta foresta di Pisonie, gli unici alberi in grado di adattarsi a questa conformazione, con le loro radici fuori dal suolo e la struttura leggera. E’ quasi incredibile trovare un bosco così distante dalla terraferma. In breve siamo sulla spiaggia occidentale, qui c’è una stazione radio, un gabinetto a fossa nera, alcuni impavidi campeggiatori dispersi sotto l’ombra delle Pisonie. 
Anche noi piantiamo la tendina ultraleggera portata appositamente dall’Italia in una piccola radura presso la spiaggia, recuperiamo maschere e mezze mute e corriamo verso l’oceano. Il fondale rimane basso a lungo, chiuso da ogni parte dai coralli vivi a filo d’acqua; fatichiamo non poco per trovare un varco, presidiato comunque, da un gran numero di cetrioli di mare. Quello che ci aspetta è uno spettacolo di impressionante bellezza. Distese di coralli a perdita d’occhio, tra i quali navigano sicuri pesci pagliaccio e tutte le forme di vita dall’aspetto bizzarro e i colori sgargianti tipici di questo ecosistema. La barriera corallina sprofonda per decine di metri, creando un possente muro che tiene al sicuro le coste dell’isola. Attraverso un profondo crepaccio che rompe la continuità di questa ci spingiamo in mare aperto. Qui l’acqua diventa profondissima, è il regno degli squali. Ma nel voltarci i primi abitatori di queste profondità che ci vengono incontro sono una magnifica coppia di tartarughe marine. Queste tartarughe, abbastanza comuni anche nel Mediterraneo, trovano qui un habitat perfetto per deporre le uova, protette dalle acque basse che circondano la spiaggia. Nonostante la loro imponente mole (sono entrambe poco meno lunghe di me) si muovono agilmente nell’acqua, tanto da farci sentire decisamente goffi. Per un pezzo fanno la nostra stessa strada, guardandoci più con curiosità che con sospetto. Intorno a noi l’esplosione di vita, di colori, forme sembrano condurci per mano attraverso un giardino fiorito nato dalla più sfrenata delle fantasie. Qui la Natura ha potuto sperimentare, provare, fantasticare; eppure questo eden sommerso è un ecosistema delicato, nel quale l’equilibrio della diversità è garantito da condizioni il cui mutamento, anche minimo, possono portare a conseguenze letali. Il riscaldamento delle acque, il loro innalzamento, la crescente frequentazione turistica (per quanto estremamente controllata), sono minacce da prendere molto seriamente se si vuole preservare quest’angolo di paradiso.
Il resto della giornata è dedicata all’esplorazione dell’isola. Attraverso sentieri tra le Pisonie raggiungiamo la spiaggia a sud est, qui sorge un faro e l’ampia laguna che circonda tutto il lato meridionale dell’isola. L’acqua da questa parte è completamente chiusa da un recinto di barriera che la mantiene alta non più di mezzo metro. L’ambiente è completamente diverso rispetto alla zona della prima immersione, poche tracce di vita, nessuna bizzarra costruzione corallina. Dalla spiaggia si scorge ogni tanto la sagoma bruna di una tartaruga marina che attraversa questa piscina naturale seguendo percorsi ormai millenari. Percorrendo la costa troviamo almeno due siti di deposizione delle uova di questo splendido animale, a sud e a ovest; si tratta di mucchi di coralli e fogliame all’interno dei quali vendono deposte le uova dalle quali usciranno i piccoli che dovranno guadagnarsi il mare percorrendo i pochi metri  di spiaggia in una traversata drammatica. La schiusa è già terminata, a testimonianza di questo evento meraviglioso rimangono  gusci vuoti. L’isola per la sua posizione di isolamento non sembra accogliere insetti, in compenso la volta della foresta risuona di versi di numerosi uccelli marini che trovano qui e nelle altre isole dell’arcipelago una base perfetta per le loro spedizioni di pesca. Le spiagge sono occupate dalle Ardenne Pacifiche, che soprattutto al tramonto compiono le loro evoluzioni in un gioco di colori nel sole che muore. Poco più in là nell’acqua bassa la Garzetta del Reef compie una puntuale esplorazione della laguna alla ricerca di piccoli invertebrati. Nella foresta il continuo verso delle Sterne Stolide rende questa’isola sperduta tutt’altro che silenziosa. Raggruppate in numeri impressionanti sugli alberi ci seguono con sguardo noncurante mentre camminiamo sotto di loro. Un suono sommesso di fogliame calpestato e zampe che raspano il terreno annuncia, improvvisa, la comparsa di un Rallo, grazioso uccello dal piumaggio rossiccio incapace di volare; chissà come è giunta fin qui questa nutrita colonia di spazzini del sottobosco.
Giunge la notte, il momento in cui l’isola da il meglio di sé. All’interno della piccola tenda che abitiamo penetrano i versi concitati dei tanti volatili che popolano questo fazzoletto di terra, fusi in una possente sinfonia col ritmo cadenzato del mare. Già il mare, che per almeno un centinaio di chilometri domina indiscusso l’orizzonte tutto intorno. Da sola questa oscurità dispersa e sperduta vale il viaggio intrapreso. Un senso di confortevole precarietà si impossessa di noi; qui lontano da tutto, corrente elettrica, cellulari, televisione, lasciati su 140 metri quadrati di terra circondati solamente da chilometri di disabitato oceano,  si tende a riscoprire a pieno il senso della parola essenzialità, come di una condizione che, contrariamente a quello che ci hanno abituato a credere, permette di sentirsi realmente vivi.
Il giorno successivo attendiamo speranzosi sulla spiaggia nord l’imbarcazione che deve ricondurci al catamarano. Quando all’orizzonte finalmente si profila, il ritorno alla civiltà ci suscita sentimenti contrastanti. La condizione di naufraghi sarebbe potuta durare ancora prima di divenirci pesante.