venerdì 28 maggio 2021

 




Le pievi di campagna e il senso dell’accoglienza e del viaggio


Un giorno si decide, un giro enogastronomico della Valpolicella. Partiamo senza una meta precisa, girovagare in auto, fermarci in qualche cantina, degustare. Mentre ci aggiriamo per questo splendido territorio un lontano campanile attira la mia attenzione. Ci avviciniamo: è la pieve di San Floriano. Internamente si presenta non dissimile a tutte molte chiese già visitate, frutto di restauri e sovrapposizioni più o meno antiche. Ma è all’esterno che la struttura rende al massimo. Una bellissima chiesa in stile romanico impreziosita su uno dei lati lunghi da un bellissimo portico a L. Sulle mura una teoria di materiali di recupero appartenuti a sepolture e strutture di epoca romana, sotto i portici i muri segnati da un fiorire di parti di affresco alternate e sovrapposte a incisioni e scritte di epoche diverse. 

A cosa serve quel grande porticato in una chiesa? In realtà a molte cose. Un luogo riparato dove svolgere attività legate alla chiesa, ma anche dove incontrarsi prima e dopo la messa. Eppure proprio quel luogo riparato, così apparentemente scontato ha avuto un importante ruolo nella vita del passato. Aveva anche la funzione di offrire protezione e riparo ai viandanti, soprattutto in epoca medievale, che percorrevano le strade di campagna. La viabilità medievale era molto intensa e allo stesso tempo lenta. Si viaggiava a piedi o a cavallo e i viaggi potevano durare mesi o anni. Si muovevano soprattutto pellegrini o mercanti, ma anche artigiani, artisti. Questo traffico rese necessario lo sviluppo di una rete di luoghi dove i viaggiatori potessero trovare ricovero. I vari regni organizzarono così poste, i privati aprirono locande; ma la parte del leone in questo senso lo fece la chiesa, grazie alla sua capillare diffusione in tutto l’occidente. Nacquero così ospedali (ospizi), foresterie in abbazie e conventi ed anche le pievi, spesso, furono pensate per garantire un rifugio di fortuna ai viandanti. Ma cos’era una pieve?

Il termine Pieve deriva da PLEBS, popolo, cioè la comunità dei battezzati. Durante il medioevo si intende sia la comunità dei fedeli, sia il distretto territoriale su cui viveva la comunità, ma anche l’edificio ecclesiastico che possedeva il diritto di battesimo e sepoltura, solitamente retto da un sacerdote chiamato PIEVANO.

Che queste unità religiose e amministrative fossero posizionate in luoghi strategici per la viabilità è un fatto intuitivo, ma osservate bene le loro mura.
Conservano spesso memoria di una storia che le precede. Inglobano materiali di recupero di epoche più antiche, provenienti da monumenti funerari di epoca romana, capitelli di antichi templi. Così se è vero che la viabilità medievale ricalcava quasi interamente la viabilità romana (anzi, in realtà utilizzava proprio quella), i punti di sosta strategici dovevano necessariamente essere simili. Un viandante sorpreso dal maltempo o dalla notte, seguendo la vista del campanile poteva contare almeno su un luogo riparato nel quale riposare. Un utilizzo che continuerà ancora per molto tempo, simbolo di un mondo lontano dal nostro comune modo di pensare. Un mondo dove l’ospitalità aveva un ruolo sacro ed era un fatto quotidiani nella vita delle persone. Un mondo in cui mettersi in viaggio significava sempre iniziare un’avventura e dove spesso ci si incamminava senza sapere esattamente dove ci si sarebbe fermati, in che condizioni, sotto quale tetto. Così, mentre guardo questo portico da turista moderno, pronto a recarmi a pranzo in una azienda vinicola di pregio, rivedo le centinaia di persone, viandanti e commercianti che sotto quel portico hanno trovato rifugio per una notte. Conforto dopo un viaggio spossante sotto il sole che brucia o la pioggia. Penso alle loro avventure, ma anche alle disavventure. Penso che in fondo dovremmo essere un po' più liberi di osare, che ci hanno insegnato a programmare, ad andare sul sicuro. Vivere nella comodità. Forse a volte dovremmo solo partire senza sapere dove dormiremo la notte successiva.

lunedì 24 maggio 2021

 




La voragine Giacominerloch, le anguane, la terra e l’acqua


Un territorio nasconde sempre luoghi segreti e suggestivi che rimangono fuori dalle mete più frequentate e famose. Questo perché poco pubblicizzati, o marginali,difficili da raggiungere o magari un po' pericolosi. Questa è un’ode a questi luoghi, perché spesso custodiscono una storia o delle storie che rimangono nella memoria delle persone del luogo, magari solo degli anziani. Posti suggestivi conosciuti agli esperti o a una minoranza di persone. E’ il caso del Giacominerloch, sull’Altopiano di Asiago. Scoperto per caso, invisibile ai grandi flussi turistici è una profondissima cavità carsica che si sviluppa per circa 600 metri nelle viscere della terra. Conosciuto soprattutto da gruppi speleologici ed esplorato ufficialmente a partire dal 1936 ad opera del Gruppo Grotte del CAI di Vicenza, lo sprofondo è giustamente poco pubblicizzato perché, ovviamente, pericoloso. Ne ho sentito parlare da amici, l’ho visitato, mi sono incuriosito e ho avuto modo di trovare almeno due antiche leggende che aleggiano sullo sprofondo. Due storie simili, una più complessa, una più semplice.

Nella versione più immediata si narra che visitando il Giacominerloch all’alba si può scorgere una ragazza, metà umana e metà Anguana che ogni notte esce dalle viscere della terra, per poi essere costretta a rientrare nella voragine al canto del gallo. In quella più complessa si narra la vicenda di un tempo senza tempo. I viandanti che percorrevano la strada di Cesuna udivano strani lamenti di donna. Nessuno aveva il coraggio di scoprire di chi fossero. Già nessuno, tranne l’impavido boscaiolo Josel. E’ lui che una notte di luna piena, di ritorno dalla festa di S. Marco segue la voce e si ritrova sul bordo della profonda voragine. Si distende e chiede “chi sei?”. La voce lontana risponde. Si chiama Giacomina e proviene dal regno dei laghi e delle grotte; il suo unico desiderio è di rivedere l’Altopiano. Il nostro eroe non perde tempo e cala una corda. La ragazza sale, ha la pelle d’argento e i capelli verdi, ma l’incanto dura poco, al primo canto del gallo scompare, risucchiata di nuovo nell’orrido. Josel non si perde d’animo, si cala nella voragine ritrovandosi su una spiaggia, in un mondo sotterraneo fatto di laghi e fiumi. Qui ritrova Giacomina che gli narra la sua storia. Furono gli elfi a rapirla, per vendetta contro suo padre, valente boscaiolo che aveva abbattuto gran parte della foresta di Cesuna costringendo gli elfi a fuggire sotto terra. Ora il suo aspetto tradisce il suo destino, si sta trasformando in un’anguana. Quindi come fuggire? I due attendono la primavera e lo scioglimento della neve che scrosciando nel sottosuolo li trasporta fuori. Josel blocca i piedi di Giacomina con fango e alghe per impedire che venga trascinata indietro. Sono salvi, ma si accorgono di essere finiti in Val D’Astico, ai piedi dell’Altopiano. Quando risalgono verso Canove tutto è cambiato. Sono cambiati sentieri in strade, i boschi in pascoli, le persone hanno volti sconosciuti. Il tempo là sotto è relativo e cammina a passo molto più lento che in superficie, chissà quanto tempo i due hanno passato nel regno sotterraneo delle acque.

Le due storie hanno alcuni punti in comune: la voragine, innanzi tutto, l’alba e il fatto che la ragazza sia mezza anguana. Ma cosa sono quindi le anguane? Si tratta di creature della mitologia alpina e prealpina, bellissime di aspetto, con la pelle chiara come la luna e i capelli variamente colorati. La loro natura le fa risalire a ninfe delle fonti alpestri, vivono in luoghi nascosti, nel fondo di valli strette e scure, dove dalle rocce sgorgano sorgenti. All’alba si rifugiano all’interno di umide caverne ed escono solo di notte. Il loro canto melodioso ha la capacità di stregare gli uomini, trascinandoli nei gorghi dei torrenti facendoli annegare. Una particolarità di grande suggestione è la convinzione antica che i loro occhi fissassero le persone dal fondo delle pozze.

In queste storie si rintracciano tutte le caratteristiche peculiari di un archetipo antico. L’acqua fonte di vita, ma strettamente legata al sottosuolo, all’oscurità. Le profonde voragini e le caverne viste come accessi privilegiati al mondo sotterraneo, sempre precluso o pericoloso per gli uomini. L’esistenza stessa di queste figuri femminili ci riporta a tempi remoti e si ricollega alla figura della Signora degli Animali, madre morale di tutte le ninfe, in parte riecheggiata dalla figura spiccatamente italica di Diana, protettrice del parto, delle fonti e di tutto ciò che di vitale esce alla luce dall’oscurità della terra.

L’abisso, quindi diviene il collegamento naturale con un mondo ctonio carico di energie, quindi pericoloso ed incomprensibile. Ogni grotta o voragine (loch, in cimbro, cioè “buco”) ha ereditato dal passato una dote di leggende ed un alone di magia, quale luogo prediletto per incontrare potenze superiori, esseri sovrannaturali. E’ così per il Tanzerloch, la Stonhaus e molti altri, compreso il Giacominerloch (buco di Giacomina), con il suo carico di mistero che ancora oggi conserva, nonostante le numerose esplorazioni.


domenica 24 maggio 2020





In Australia tra i Kuku Yalanji, figli della foresta


La navigazione di ritorno è molto più calma rispetto a quella dell’andata. Il catamarano naviga tranquillo in alto mare. Siamo di ritorno dall’isola disabitata di Lady Musgrave, in piena barriera corallina a largo della costa orientale dell’Australia  (se vuoi leggere l’avventura a Lady Musgrave clicca qui  https://laricercadellessenziale.blogspot.com/2020/01/sullisola-deserta-della-barriera.html). Facciamo conoscenza con due insegnanti australiani che sono qui per fare snorkeling. Julie e Graham sono esattamente il tipo di professori che in Italia facciamo fatica ad avere, curiosi, piacevoli e a modo loro avventurosi. Mentre conversiamo amabilmente (tra un tuffo ed un altro nelle soste del catamarano) ci parlano di un luogo che li ha profondamente colpiti. Ne descrivono con toni entusiastici il fascino naturalistico e culturale. Non avevamo mai sentito parlare della Mossman Gorge, né, ovviamente era minimamente in programma la visita. Decidiamo di cambiare piano e andare.

L’ampio parcheggio lascia intravedere in fondo una struttura futuristica a vetrate. Il centro visite è chiaramente un progetto ambizioso di valorizzazione della cultura aborigena. La Mossman Gorge è una profonda incontaminata gola aperta faticosamente da un limpido fiume attraverso le montagne. E’ la patria del popolo dei Kuku Yalanji, che hanno vissuto qui fin da tempi remoti. All’appuntamento per la visita si presenta un bus guidato da un aborigeno obeso;  faccio mente locale e mi guardo intorno, la percentuale di obesi è impressionante.  Mi viene in mente ciò che dice Jared Diamond a proposito dell’aumento di obesità, malattie cardiovascolari e ipertensione tra gli abitanti indigeni della Nuova Guinea: il fisico dei popoli che per secoli hanno  condotto una dieta pressoché priva di sale e zucchero non ha sviluppato strategie per sintetizzarli in modo efficiente come i popoli industrializzati; l’adozione di uno stile di vita occidentale diventa una vera e propria epidemia di problemi di salute. Mentre il bus scalcinato ci conduce verso l’inizio della gola passiamo accanto ad una sorta di baraccopoli recintata fatta di penosi prefabbricati bianchi. I figli della foresta ora vivono qui, nel mezzo di una sterile terra bruciata dal sole a ridosso di quella che fu la loro casa originaria, per gentile concessione della politica governativa.
Ma non perdiamoci d’animo. All’inizio della gola viene a recuperarci la nostra guida (magra) dal nome impronunciabile (figuriamoci a scriverlo). Da questo istante viviamo tutta un’altra storia.  Ricorda vagamente Bob Marley, ma parla con passione della sua gente, della sua terra. La Mossman Gorge è una ripida gola coperta di una vegetazione lussureggiante, percorsa da un torrente che salta tra le rocce coperte di muschio. Un luogo selvaggio. I Kuku Yalanji chiamano la foresta “Madre” e ci chiedono di entrare con rispetto. Prima di incamminarci ci sottopongono alla cerimonia del fuoco. Dobbiamo girare varie volte intorno ad un fuoco acceso lasciandoci avvolgere dalle spire del fumo. Serve ad allontanare gli spiriti cattivi, dice lui, ma io sospetto che in realtà ha il solo scopo di toglierci l’odore di civiltà di dosso. Poi, con voce ferma e tonante, avverte lo Spirito della Foresta che questi sconosciuti sono con un suo figlio (i Kuku si definiscono figli della foresta) e stanno camminando con lui da amici. Per questa gente la foresta è contemporaneamente un supermercato, una casa, una madre e un’università. Mentre camminiamo esplorando la gola, guardingo su un tronco, ci osserva uno splendido Rainforest Dragon, grande rettile arboreo della famiglia Hypsilurus.
Intanto scopro quanto un luogo sacro possa essere semplice. Due grandi rocce che poggiano l’una sull’altra lasciando un varco che ricorda un portale. In questo luogo i figli della foresta celebrano le quattro cerimonie più importanti della tribù: nascita, iniziazione, matrimonio e morte. L’iniziazione in particolare riveste un ruolo fondamentale, segna il passaggio all’età della responsabilità personale e avviene intorno ai tredici anni. Arriviamo al fiume. I Kuku hanno un rapporto simbiotico con questo ambiente, si lavano e bevono la sua acqua. La nostra guida ci invita caldamente a berne (probabilmente sa che in molti si rifiuterebbero) come gesto di condivisione il popolo e con l’ambiente in cui sono immersi in una unità difficile da comprendere. E mentre beviamo, in un attimo di distrazione lui si è già spogliato e sta facendo il bagno nel fiume, la sua giornata di lavoro è finita, la foresta può riprendersi finalmente suo Figlio.

venerdì 24 aprile 2020













BREVE STORIA LETTERARIA (E MAGICA) DELLA SALAMANDRA

(Monte Olimpo, Grecia)


Il sentiero corre ripido giù dalle pendici nebbiose del massiccio. Scendendo dal Monte Olimpo il pensiero va alla carica mistica e mitologica che questo luogo ha sempre ispirato nella mente degli uomini. Qui generazioni di greci hanno immaginato la patria delle divinità, qui hanno inizio o si svolgono la maggior parte di quelle storie che sono entrate a far parte della mitologia e della pratica religiosa del mondo Mediterraneo dando origine alla nostra cultura. Non è difficile immaginare perché proprio qui. La cima dell’Olimpo è quasi perennemente coperta da bianche nubi, fitte nebbie scendono a banchi tra i pini loricati balcanici e mentre coprono completamente Myticas, la vetta che abbiamo da poco lasciato, immergono le gole e le foreste più sotto di un’atmosfera magica e solenne. Una tenue pioggia rumoreggia sulla roccia, sull’erba, sugli aghi raccolti a grappoli dei pini. Ancora più a valle ruscelli impetuosi si ingrossano e corrono veloci precipitando in cascate dal suono armonioso. Questo luogo così sospeso tra le nebbie del tempo è pieno di vita, anche se tutto sembra immobile, iniziato un tempo remoto e ancora all’inizio. La vita si risveglia tra le umide rocce e veloce traversa il nostro sentiero una splendida salamandra pezzata. Guizza con fare interdetto (siamo noi gli intrusi) inconfondibile nel suo corpo nero chiazzato di macchie gialle ben evidenti. I colori sgargianti sono il suo monito ai malintenzionati: sono tossica, non mangiatemi. E tossica lo è veramente, visto che secerne da apposite ghiandole una sostanza fortemente irritante per le mucose. Poi ne scorgiamo un’altra, più sotto un’altra ancora, sembra si siano date appuntamento per un flashmob.

Rimango attonito, non ne avevo mai viste così tante e mentre osservo da vicino la bellezza della colorazione di questi esserini inizio a studiare la sensazione che cresce nella mia testa di aver già avuto a che fare con questa stupenda creatura, ma dove? Rimango per tutta la discesa con quel pensiero fisso nella testa: dove?dove? Poi all’improvviso, con quel sorriso tutto mentale che si ha quando un pensiero che nasce indistinto si trasforma in un “ma dai!”, ricordo. Qualche tempo prima ero incappato nei racconti di un certo Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, scrittore/musicista dell’ottocento fuori di testa che mi avevano colpito per assurdità e originalità. In uno di questi, Il vaso d’oro, il protagonista si trovava invischiato in una faccenda magico/alchimistica che si conclude con la scoperta di aver avuto a che fare, fin dall’inizio della storia, con uno stregone che in realtà è….una salamandra. Ma perché proprio una salamandra? Perchè non un drago o un unicorno? Me lo ero chiesto già durante la lettura di quel libro che poi ho perso e mai più trovato. Nel racconto si evince perfettamente che la salamandra è rivestita di una carica magica, un animale simbolo di un’antica tradizione. E tornando indietro del tempo scopriamo quanto questo esserino apparentemente umile abbia ricoperto nei secoli una veste importantissima. Hoffman aveva probabilmente attinto ad tradizione alchemica. Secondo questa tradizione, attiva fino al 1700, le salamandre erano associate a mitici esseri chiamatati elementali del fuoco e per questo presi a simbolo del processo alchemico di calcinazione (riscaldamento ad alta temperatura per il tempo necessario utile ad eliminare tutti gli elementi volatili in una sostanza). Ecco che il nostro simpatico anfibio, che troviamo sempre in luoghi umidi e con presenza di acqua viene sorprendentemente associato al fuoco. Ma perché?

Bisogna andare molto indietro nel tempo per trovare tracce della nascita di questa fortuna e comprendere un po' la genesi di questo strano accoppiamento. In epoca medievale questa tradizione aveva preso già piede, tanto che un fine e onesto osservatore come Marco Polo, avendo viaggiato nel lontano oriente e avendo visto di persona tante e tante cose, ne Il Milione si sentiva in dovere di spiegare un malinteso, parlando di un tessuto fatto con l’amianto e quindi resistente al fuoco, spesso confuso con l’animale: “e queste sono le salamandre, e l’altre sono favole”. A smentire evidentemente la credenza diffusa che le salamandre fossero animali in grado di resistere al fuoco. Ed effettivamente in quegli anni questa idea era piuttosto diffusa se il quasi contemporaneo Brunetto Latini, grande intellettuale, ma non esattamente uno scienziato scriveva, nel suo Li livres dou tresor (metà del 1200): “E sappiate che la salamandra vive in mezzo alla fiamma del fuoco senza dolore e senza danni al suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura”. Abbiamo aggiunto quindi un notevole dettaglio, ossia che non solamente la salamandra vive nel fuoco, ma riesce a spegnerlo. Un ulteriore tassello di questa storia si ritrova qualche anno prima. Siamo nell’XI secolo e una misteriosa lettera arriva nelle mani dell’imperatore bizantino, di Federco II di Svevia e anche del Papa. In questo manoscritto un misterioso Re, governante di un altrettanto misterioso e sconosciuto paese cristiano posto lontano in Asia, alle spalle della parte del mondo musulmano e che si firma Prete Gianni, chiede di aprire vie diplomatiche con l’Europa cristiana e descrive i suoi fantastici possedimenti traboccanti di meraviglie. Tra queste “… vicino alla zona torrida vi sono dei vermi che nella nostra lingua si chiamano salamandre. Questi vermi possono vivere solo nel fuoco e si circondano di una sorta di pellicola, come gli altri vermi che producono la seta. Questa pellicola è lavorata con cura dalle donne del nostro palazzo e ne ricaviamo vesti e panni per tutte le necessità della nostra eccellenza. Questi panni si lavano solo in un fuoco che arda violento”. In questo caso la nostra povera salamandra è diventata addirittura un verme, ma rimane ben salda l’opinione che viva nel fuoco. Ma non bisogna credere che questa idea sia nata nelle lontane lande mitiche dell’Asia. Anzi è molto probabile che si sia diffusa lontano attraverso la cultura classica greca e latina, visto che già in epoca romana l’onnipresente Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale ci spiegava che la salamandra “è tanto fredda che al suo contatto il fuoco si estingue non diversamente dall’effetto prodotto dal ghiaccio”. Quindi in origine non vive nel fuoco, ma la sua straordinaria (e del tutto falsa) resistenza al fuoco ha dato adito a farle prendere residenza tra le fiamme, credenza diffusa nel medioevo e ripresa poi in chiave simbolica con l’avvento dell’alchimia, fino ad essere utilizzata nei racconti fantastici dell’800.

Guardo di nuovo il piccolo animale che fuggendo si dirige verso il bordo del sentiero per cercare di nuovo il ruscello, suo habitat naturale. Quanta storia e quante storie si porta dietro inconsapevole. Pagine di mito, scienza, favola e credenze scritte in suo onore. Migliaia di anni di stupore, migliaia di occhi che nel tempo lo hanno osservato favoleggiando sulle sue capacità. Un omaggio al mondo che ci circonda che non ha mai finito di meravigliarci anche con gli esseri più piccoli e meno appariscenti, di cui, almeno per me e per oggi tu, piccola salamandra sei il simbolo perfetto.


giovedì 26 marzo 2020







Perché i centauri ci ricordano che siamo bestie

(Pelio, Grecia)


La penisola del Pelio è un luogo poco conosciuto al turismo internazionale, ma è forse uno dei più affascinanti di tutta la Grecia. Un promontorio che si sporge nel mare coperto da foreste lussureggianti attraversate da sentieri che spesso portano a spiagge isolate dalla sabbia fine e dalle acque calde e cristalline. Sulle coste qualche località balneare e nell’entroterra sperduti villaggi montani poco popolati  antichi quanto l’uomo. Ed è proprio mentre mi aggiravo senza meta per uno di questi villaggi chiamato Milies, che mi imbatto nel tipico cartello a forma di freccia che indica un sentiero, il segnale indica solennemente: Grotta del Centauro Chirone. Non avevo in programma escursioni, ma come si fa a resistere ad un richiamo del genere? Imbocco il sentiero che piano piano scende dal centro abitato verso le campagne, costeggiando una buona parte del villaggio ormai spopolata e con edifici in rovina. Improvvisamente mi ricordo di aver letto che nella mitologia il Pelio era famoso proprio perché qui vivevano i Centauri. Tutti ricordiamo dalle scuole che questi esseri particolari erano metà uomini e metà cavalli, ma  a parte questo? In realtà le loro gesta più famose son abbastanza poco edificanti. Erano considerati esseri selvaggi e violenti, poco abituati al rispetto delle regole civili e di conseguenza pericolosi. La loro bravata maggiore ha un peso abbastanza importante nella mitologia tanto da meritare il nome di centauromachia (battaglia dei Centauri) e inizia con una sbronza. Il buon re Piritoo (umano) organizza le sue nozze con la fidanzata Ippodamia e decide di invitare, oltre a parecchi eroi greci festaioli, anche i Centauri, che iniziano immediatamente a bere in maniera spropositata. Uno di questi, Eurito che evidentemente aveva la dote comune a molti di diventare molesto quando si ubriaca, pensa bene di offendere il padrone di casa e tentare di violentare la sposina. Gli umani (che immaginiamo altrettanto alticci) non la prendono bene ed inizia una rissa (i matrimoni si rovinavano anche allora), che degenera in breve in una vera e propria battaglia armi in mano. Alla fine gli uomini ebbero la meglio e i Centauri furono costretti ad abbandonare la Tessaglia (v. anche Ovidio, Metamorfosi XII, 210 ss). Ovidio, sulla scia di Omero, di questi simpatici guastafeste ricorda solamente il nome di Eurito, mentre in una composizione attribuita tradizionalmente a Esiodo, Lo scudo di Eracle, si fa menzione anche ad altri compari del suddetto: Petreo (che significa rupestre), Asbolo (Fuliggine), Arcto (Orso), Urio (Montano) , Mimante, Perimede, Drialo (Quercia).
E’ ottobre, il sentiero attraversa boschi con incredibili accoppiamenti di frutti,  castagne accanto a fichi. Poi  prosegue a lungo fino al mare, ma una deviazione indica che sono quasi arrivato. La grotta è un’apertura larga e bassa, attraverso la quale si accede ad un’ampia cavità fresca e ombrosa composta da un unico locale. Al centro di questa qualche devoto ad antichi culti ha posizionato una grande spirale di sassi con al centro fiori ormai secchi. Sembra più un’istallazione di Land Art, ma rimanendo qualche minuto in silenzio al suo interno ne percepisco appieno la sacralità ed un rispetto tanto antico quanto profondo. Così la tradizione vuole che qui abitasse Chirone. Bene, se abbiamo detto che i centauri erano violenti ed insolenti, lui rappresenta l’eccezione. Figlio di Crono, era famoso per la grandissima saggezza, nonché per essere buon amico degli uomini (soprattutto di Peleo). La sua gloria imperitura è dovuta al fatto che la tradizione lo vuole maestro di innumerevoli eroi greci (Achille, Giasone, Asclepio, sembra abbia insegnato addirittura a suonare ad Apollo). Profondo conoscitore della medicina, delle erbe, della guerra e di molte altre materie utilissime a qualunque eroe guerriero o semidio che si rispettasse a quei tempi, fu sostanzialmente nella mitologia greca per tutti i ragazzi che volevano affrontare grandi imprese ciò che Yoda è stato per Luke Skywalker in Guerre Stellari.

Mentre rimango sospeso nel tempo all’interno di un luogo magico che tempo non ha, un pensiero si fa largo nella mente. Questi esseri mitologici, metà uomo e metà bestia, col loro carattere violento e libidinoso ci ricordano perfettamente il dualismo dell’uomo, l’animale che ineluttabilmente e a dispetto di tutti gli sforzi che facciamo alberga dentro di noi. Sotto questo aspetto i nostri centauri possono essere assimilati al dio Pan, metà uomo e metà caprone, che col suo demoniaco aspetto era tanto prezioso (anche lui aveva insegnato agli uomini la musica e proteggeva greggi e armenti, oltre ad avere una grande importanza nel culto della fertilità), quanto terribile (anche lui parecchio libidinoso e in grado di emettere urla talmente spaventose da ingenerare nell’uomo il terror panico, che dal suo nome deriva). Forse gli stessi centauri furono anticamente divinità, al pari di Pan, poi declassate ad esseri mitologici. Forse anche la loro dualità buoni/violenti fu sdoppiata lasciando ai centauri in generale la violenza e alla figura di Chirone il compito di rappresentare la saggezza e l’amicizia nei confronti del genere umano. A ben guardare queste figure simboleggiano perfettamente anche la Natura in se stessa, da cui gli uomini hanno tanto da imparare, ma che può essere al tempo stesso violenta e terribile. Lo sono le montagne che saliamo, lo sono i mari che navighiamo, lo sono i boschi che attraversiamo. Non ne possiamo fare a meno e ne percepiamo profondamente gli insegnamenti e la saggezza che donano, eppure sono luoghi da trattare con rispetto e timore, perché in grado di divenire profondamente ostili. Ecco che in un tempo in cui l’uomo stava costruendo appena la sua illusoria sicurezza nella civiltà, nel rassicurante cerchio del villaggio questi esseri erano lì a ricordarci cos’eravamo noi prima di tutto questo, creatori e violenti, profetici e spaventosi, proprio come lo è la natura che ci ha generato, ricca di doni, di conoscenza e terribile. Queste figure sono li a ricordarci che l’ambiente non è mai stato e non sarà mai il nostro giardino e che noi non siamo e non saremo mai diversi dalla natura, per quanto ci sforziamo di sopire e nascondere il nostro lato oscuro e bestiale. Per quanto cerchiamo di addomesticare la natura e renderla innocua agirà sempre attraverso una creazione che passa per esplosione di energia libera e incontenibile, a volte spietata e violenta. Un dualismo che diventa parte di noi e del nostro rapporto con ciò che ci circonda e che forse dovremmo recuperare, almeno in parte per ricordarci chi siamo e da dove veniamo, magari iniziando a interagire con l’ambiente con un maggior rispetto e minore arroganza.

mercoledì 11 marzo 2020





Perché l’aria aperta ci salverà


Cammino. Il tenue bagliore della luna illumina i miei passi. Sotto di me, a valle, si dispiegano le luci dei paesi, quasi specchiando il firmamento. Nel buio che mi circonda brevi fruscii attivano i miei sensi.  Domani mattina al lavoro. “Dovrei essere a casa”, penso. Già la casa. E’lì la sicurezza e la risposta?
Un luogo in cui tornare, certo, ma nel quale non bisogna seppellirsi. Mai. Non siamo fatti per chiuderci tra mura, siamo fatti per uscire, rincorerre profili di monti lontani, salire colline e vedere cosa c’è dietro e poi di nuovo trovare un nuovo orizzonte da varcare. Lo sguardo che si perde e le corse del bambino attraverso i prati. Questo non è solamente un sogno romantico, ma una specifica costruzione della mente umana, un modello e un archetipo. Il bisogno di fuga è bisogno d’aria, di aria nuova e nuovi paesaggi. In questi tempi in cui fattori esogeni ed endogeni alla nostra società spingono a rimanere tappati in casa o in ufficio non possiamo dimenticare che siamo stati creati per altro, per camminare e scoprire. La stessa nozione di casa che abbiamo creato è contraria al nostro vero spirito. Lo ha espresso perfettamente Matteo Meschiari, nel suo scritto tanto poetico quanto provocatorio, Disabitare: “Per due milioni di anni abbiamo vissuto a contatto con il fuori, non nel buio delle grotte, ma in luoghi intermedi tra il chiuso e l’aperto: spalle alla roccia, occhi nella valle. Pochi secoli di civiltà industriale e di urbanesimo ci hanno abituati a vivere in scatole da scarpe. Tutto l’abitare va ripensato da qui, dalla costatazione che ci piaceva e ci piace vivere all’aperto, che facevamo case temporanee, leggere, che avevamo di meno e immaginavamo di più”.
La questione non è cambiare le nostre case, ma abituarci all’idea che appena possibile dovremmo vivere l’esterno, il bosco, la campagna o la montagna, perché è lì che, una volta superati i primi impacci, ci sentiamo veramente a casa. Il valore del cammino e dell’aria aperta apre le porte ad una visione che porta insegnamenti preziosi. Primo tra tutti insegna il valore dell’essenzialità. Le nostre case traboccano di oggetti inutili dai quali viviamo con terrore la separazione anche momentanea. E’ un allenamento anche saper fare a meno e sentirsi a volte più liberi. Non è una scelta francescana, ma un allenamento a saper rinunciare al superfluo che solamente vivere esperienze all’aria aperta consente, perché non possiamo portarci tutto dietro. In questo senso è importante saper lasciare ogni tanto il caldo delle nostre vite, varcare la zona di confort che ci appiatta ed uscire, uscire nel vento, sotto le stelle, riscoprire la nostra vocazione nomade e indomabilmente libera, anche fosse solo per qualche ora.
Chatwin scrisse: “La selezione naturale ci ha foggiati – dalla struttura delle cellule cerebrali alla struttura dell’alluce – per una vita di viaggi stagionali a piedi in una torrida distesa di rovi o di deserto.
Se era così, se la “patria” era il deserto, sei nostri istinti erano forgiati nel deserto, per sopravvivere ai suoi rigori, allora era più facile capire perché i pascoli più verdi ci vengono a noia, perché le ricchezze ci logorano e perché l’immaginario uomo di Pascal considera i suoi confortevoli alloggi una prigione”. 
Ecco perché l’aria aperta ci salverà. Ci farà scoprire, ogni volta, la libertà e l’essenzialità. Ci porterà in dimensioni che non sono quelle domestiche o lavorative, con le loro dinamiche prestabilite e avvilenti, ci metterà di fronte, ogni volta a quello che siamo, alla nostra voglia di gioco e di scoperta, alla purezza del cammino come parte naturale della nostra natura. Ci saprà avvicinare a ciò che siamo stati in passato e che, nonostante tutto non è ancora completamente morto in noi. Per questo alzatevi dal divano e uscite. Lì fuori c’è la parte migliore di voi.
A darmi man forte in questo ragionamento chiamo a testimone Kipling: “Tutto considerato al mondo ci sono solo due tipi di uomini: quelli che stanno a casa e quelli che non ci stanno”. A te la scelta. 

domenica 1 marzo 2020








LE ANTICHE FESTE DEL FUOCO NEL LAZIO



In fondo, a ben guardare, anche nell’epoca di facebook e del tablet rimaniamo pur sempre esseri usciti da un passato ancestrale e oscuro, fatto di paura e credenze. Epoche in cui intensi bagliori illuminavano la tersa e temperata notte tra i monti. Ancora oggi questa non è una notte qualsiasi, tra le alture fuochi accesi nelle le antiche contrade allungano ombre danzanti, uno spettacolo che dall’alto farebbe un’impressione incredibile, probabilmente. Tra i canti e i balli, tra il vino e le risate, inconsapevolmente si perpetra un rito che da millenni si associa alla nostra terra.
Si tratta delle feste del fuoco, ossia di quelle particolari celebrazioni popolari che prevedono l’accensione di falò e fuochi. Ecco che il fuoco, acceso durante la notte splendente di bagliori che rimbalzavano tra le creste montuose dagli abitati vicini, aveva un potere propiziatorio, quando non miracoloso, di purificare i campi, di tenere lontane le streghe, di portare salute a gli uomini e alle  bestie. Oggi che la eco di queste magie non ci sfiora più la conservazione di tali tradizioni rimane essenziale come momento di aggregazione delle nostre comunità, come memoria storica di un passato che ci appartiene come noi apparteniamo a lui. Ma va evidenziato un livello ancora più profondo, perché questi fuochi e queste feste ci fanno tornare indietro ben prima del cristianesimo, e ben al di là dei nostri monti, una rete di fuochi che in queste notti è acceso da millenni in tutta Italia e tutta Europa, che ci stringe in una omogeneità di tradizione spaziotemporale che Frazer ha avuto modo di mettere in luce in modo evidente nel Il ramo d’oro: “ Fin dalla notte dei tempi, in certi giorni dell’anno i contadini di tutta Europa usavano accendere dei falò, per poi danzarci intorno o saltarci sopra. Fonti storiche riferiscono la presenza di queste usanze anche nel Medioevo: e la loro analogia con quelle dell’antichità è una dimostrazione intrinseca del fatto che, per rintracciarne le origini, occorre risalire a epoche di gran lunga anteriori alla diffusione del Cristianesimo. Anzi, la prova più antica della loro esistenza nell’Europa settentrionale ci viene proprio dai tentativi dei sinodi cristiani, nell’VIII secolo, di abolirle come retaggi del paganesimo”. Gli esempi che lo scrittore riporta sono innumerevoli e tutti estremamente simili tra loro per date e tipologie, tanto da escludere completamente ogni sospetto di coincidenze, dalle Ardenne alla Germania, dall’Irlanda alla Francia, Spagna e Italia comprese.
A questa tipologia di festa appartengono, soprattutto e ben vive nelle nostre zone momenti come  la notte di S. Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno o solstizio d’estate. A Segni si accendono le Calecare, ma i falò, con nomi diversi e diverse modalità vengono alimentati un po’ ovunque. Intorno al 19 marzo si accendono invece i fuochi di S. Giuseppe, in numerosissimi centri, con nomi diversi: a Itri si svolge una festa veramente importante per la comunità, i cui preparativi iniziano tempo prima della data del falò, mentre analoghe immagini possiamo trovare a  Priverno (Gonfalone dei favoni), a Sermoneta (festa dei fauni), a Roccasecca dei Volsci (Faone di San Giuseppe), ma sicuramente ogni lettore aggiungerà mentalmente un elemento alla lista. Le foto stesse qui riportate appartengono alla Festa delle Stuzze di Fiuggi, durante la quale, al grido di “Viva S. Biagio” si innalza e si arde un immenso falò. Non è difficile comprenderne e rintracciarne l’origine contadina, l’antichità, che basterebbe da sola a rendere questo tipo di manifestazioni un bene da difendere. Nelle nostre terre il tempo ha trasformato molte cose, a volte distrutto molte altre e la memoria storica di ciò che eravamo che in questi fuochi risplende, tende a sbiadirsi; in questo senso lo spettacolo dei falò è secondario rispetto alla conoscenza di ciò che essi rappresentano. Non è un caso che nell’area pontina queste tradizioni siano rimaste particolarmente vive, considerando il relativo isolamento cui le paludi hanno costretto le comunità più antiche. Ancora una volta una spiegazione univoca dei fenomeni in questione e di questa tipologia diviene sempre rischiosa, quel che è certo è che le due principali teorie, che si rifanno già ad inizio del secolo scorso, sono quella solare e quella purificatoria. Nella prima si tende a vedere un tentativo di ausilio che si dava al sole, per sostentarlo nel suo naturale corso.
 A questo ancestrale scopo si è unito quello purificatore (che successivamente si è specializzato nella protezione e purificazione contro la stregoneria). Un tempo, quando veramente gli abitanti dei monti vivevano dei pochi frutti della terra e un’annata storta poteva significare la fame, la malattia degli animali una rovina, in queste occasioni si univano la fede popolare, le credenze magiche, un momento di svago che ci si concedeva dal lavoro quotidiano. Le donne saltavano sul fuoco per avere figli, gli animali vi erano fatti passare attraverso per proteggerli da morte e malattie, gli uomini si avvicendavano intorno alle fiamme al fine di ottenere buone annate. Oggi che queste tradizioni si vanno pian piano spegnendo e sembrano veramente non avere più alcun senso agli occhi di uomini abituati all’abbondanza ed alle prese con paure decisamente diverse rispetto a quelle delle streghe, appare  veramente singolare questo strano attaccamento a perpetrare nel tempo tali  insensate tradizioni. E se la risposta fosse dovuta al fatto che queste antichissime tradizioni fanno parte di noi molto più di quanto non immaginiamo? Questo retaggio vecchio di secoli fa parte di noi stessi da così tanto tempo che magari giace sepolto sotto strati di esperienze, eppure, come la brace rimane vivo in noi. Non solo, ecco che la diffusione del Cristianesimo, insieme agli ancestrali e comuni elementi dell’umanità hanno dato un volto per alcuni versi incredibilmente comune alla penisola italiana ed in misura minore anche al continente europeo. La conoscenza, lo studio e la continuazione di questi avvenimenti del folklore popolare delle nostre terre ha la sua valenza, oltre che in se, anche perché ci consente di possedere gli strumenti per interpretare realtà molto diverse, in molti casi più simili di ciò che pensiamo.
Realtà che avvicinano le tradizioni di paesi diversi, ma che nello stesso tempo avvicinano anche tradizioni di tempi lontani e ci donano una squarcio di luce nel buio del nostro passato millenario. Ancora oggi portare avanti queste tradizioni significa gettare uno sguardo, furtivo, sfocato e deformato, ma sostanzialmente incredibilmente avvincente indietro nei secoli.