martedì 25 febbraio 2020








Lungo la via Francigena del sud: l’abbazia di Fossanova




L’antica strada dei pellegrini che conduceva dal sud Italia a Roma e viceversa, al fine di imbarcarsi per la Terrasanta, asse viario principale e molto utilizzato per tutto il medioevo ed oltre, toccava, nel suo dipanarsi una serie di località, castelli ed insediamenti religiosi, borghi e villaggi nei quali i pellegrini o i mercanti potevano ricevere assistenza, riparo e cibo.
Tra gli snodi più importanti e sicuramente tra le perle del Lazio che vale la pena ancora oggi visitare, tanto il tempo sembra essere stato clemente con questo complesso, spicca l’abbazia di Fossanova, ai piedi dei Monti Lepini. L’antico borgo sorto intorno all’abbazia di Fossanova è probabilmente uno dei luoghi più suggestivi del panorama laziale. L’abbazia è considerata, insieme a Casamari, uno degli esempi più significativi dell’architettura gotico-cistercense in Italia. Nata da un convento benedettino, divenne cistercense nel 1135, allorché i monaci iniziarono la costruzione della chiesa. Intorno nacque un complesso che sopravvive tutt’oggi nella sua integrità, ricco di edifici antichi e perfettamente conservati, che restituiscono, nel complesso il colpo d’occhio che si offriva al pellegrino in pieno duecento.
Il complesso gravita attorno a quello che era il fulcro della vita monastica, il chiostro, famoso per la sua armonia e luogo spirituale della meditazione dei monaci, intorno al quale sono disposte le strutture principali. Tutto il lato occidentale è occupato dalla stupenda chiesa, orientata verso sud, da poco restaurata ed oggi restituita all’antico, sobrio splendore tipico dell’architettura cistercense, con pianta basilicale a croce latina con tre navate e coro rettangolare; a nord si aprono la sagrestia e la Sala capitolare, nella quale è inciso un grande nodo di Salomone, simbolo che gli esperti di mistero e di esoterismo attribuiscono ad una forte presenza templare nell’abbazia, ipotesi da verificare, per quanto affascinante, essendo il luogo sicuramente suggestivo, dal momento che questo ambiente veniva comunemente chiamato anche Sala dell’ascolto dello Spirito; era in questo luogo, infatti che ogni mattina i  monaci ascoltavano le Sacre Scritture e altri testi di teologia, oltre a dibattere le più importanti questioni amministrative ed economiche della comunità. Il lato orientale è composto dal refettorio, dalla cucina e dalla dispensa, mentre sul lato meridionale si aprono delle sale di rappresentanza e, forse, la casa dell’abate. I piani superiori sono occupati dai dormitori dei monaci, mentre più lontani trovano posto l’ala dei conversi, l’infermeria e la foresteria.
La foresteria, in particolare riveste, nell’ottica del pellegrino e del viandante un’importanza fondamentale. Essa era infatti disposta vicino all’antico ingresso principale dell’abbazia e rispondeva alla precisa esigenza di accogliere tutti coloro che avevano necessità di un riparo sicuro, di ristoro e spesso anche di cure, dopo aver intrapreso il lungo viaggio da o verso Roma. L’ospitalità era un preciso dovere della congregazione, espressamente indicato nella Regola di S. Benedetto e ben si inseriva in quella rete di punti fissi di sosta nei quali i pellegrini avevano possibilità di fermarsi, ben distribuiti lungo tutta la via francigena. La foresteria era, infatti, composta da due edifici perpendicolari tra di loro; nel primo (una vasta camerata) alloggiavano i pellegrini, mentre l’altro fabbricato era composto da due piani, nei quali trovavano posto, rispettivamente la cappella per i pellegrini e quella per i religiosi di passaggio. Non molto distante da questa struttura vi era anche l’infermeria dei pellegrini, oggi andata quasi del tutto persa, mentre rimangono completamente intatte le altre strutture ricettive, che rendono perfettamente l’idea dell’accoglienza e della capillare organizzazione ricettiva che la presenza delle abbazie e dei monasteri garantiva lungo il percorso della via francigena.
L’abbazia è stata segnalata dalla Regione Lazio come uno dei poli attrattivi turistici della Regione, essa è indissolubilmente legata al nostro territorio, sia per ragioni storiche, sia per vicinanza. E’ un importante centro propulsore per lo sviluppo del turismo sostenibile che la rete dei Cammini e delle antiche strade (Francigena, Cammino di Francesco, Via Benedicti) che può interessare vaste aree e territori che fino ad oggi sono rimasti marginali nell’ambito turistico e culturale. La strada è quella di legare le realtà già consolidate in una trama e in una storia con le aree storicamente e culturalmente ad esse legate, attraverso il turismo ecologico e culturale, per mezzo di un filo che unisca tutti i tasselli di questa grande rete e che affonda le proprie radici nella storia d’Europa: gli antichi cammini e le loro storie.

martedì 18 febbraio 2020











La Via Sacra, la storia e il mito


Il Monte Cavo domina tutti i rilievi dei castelli, forte dei suoi 949 m. Da sempre questo luogo ha un’importanza essenziale nell’area per la sua visibilità da grandi distanze e per la sua centralità nell’ambito della zona di riferimento. Proprio queste caratteristiche ne hanno fatto uno di quei luoghi oggetto di meraviglia e venerazione sin dalla più antica età dell’uomo.
All’epoca in cui Roma non era ancora saldamente padrona del Lazio ed in cui la formidabile Alba Longa le contendeva il primato assoluto di metropoli, anzi, in quanto città principale della lega latina, proprio Alba primeggiava in queste vallate selvagge e boschive, il Mons Albanus, come veniva chiamato, era sede non soltanto del culto più importante di tutta la regione, quello di Giove Laziare, ma, proprio per questo motivo, anche luogo di incontro e di rito per tutti i popoli dell’area. Proprio su questa sommità, infatti, si svolgeva il rito di ancestrale di conferma dell’alleanza tra tutti i popoli latini federati che aveva il nome di Feriae Latinae, durante il quale veniva sacrificato un esemplare di toro bianco i cui pezzi venivano suddivisi tra i rappresentanti di tutti i popoli confederati. Un rito, quindi, antichissimo e che aveva una valenza tanto religiosa quanto politica. A seguito dell’imporsi della potenza di Roma, Monte Cavo ed il suo santuario entrarono a far parte dell’orbita di influenza romana ed il centro politico e di culto della resistenza latina passò al santuario di Diana Nemorense. La sommità del monte accoglieva, probabilmente un abitato chiamato Cabe o Cabum, che, insieme al santuario ed al Monte erano considerati sacri e neutrali.
Del tempio non è rimasto assolutamente nulla, durante gli scavi eseguiti nel 1929 è stato portato alla luce solamente qualche blocco squadrato e poco altro; possibile che di un centro di culto così vitale non si sia conservata traccia? Probabilmente la risposta sta nel fatto che non vi era nulla da conservare; Frazer a inizio secolo aveva già ipotizzato che il tempio fosse da intendersi come un bosco di querce. Più recentemente anche Carandini afferma che “non sapremmo immaginarci il suo santuario di Giove se non come un nemus sulla cima del monte nel quale sorgeva una grande quercia sacra, analogamente a quella del Campidoglio, preceduta magari da una radura o lucus”. Un luogo simbolico, quindi che ben rappresenta la natura selvaggia di questi luoghi in un tempo in cui la mano dell’uomo, gli sparsi borghi, i templi extraurbani, le strade erano isole o piccoli arcipelaghi isolati da un mare di verde cupo ed intenso.
Per giungere su questo luogo mistico e carico di significato bisognava percorrere la Via Sacra, che dall’antica via Appia, presso Ariccia, si staccava, costeggiando il lago di Nemi e saliva serpeggiando nel bosco finno alla cima del monte. La strada, ancora perfettamente conservata è ancora oggi sostanzialmente interamente percorribile a piedi. Si tratta di una larga via selciata larga per tutta la lunghezza 2,55 M e costeggiata da crepidines in peperino. Il tracciato oggi rimasto, seppur molto più antico può essere ricondotto sicuramente all’epoca del dominio di Roma, durante il quale il santuario ed il percorso rituale per giungervi, pur avendo perso quella valenza politica, rimase ancora molto a lungo un  centro religioso di grandissima importanza, forte di una spiritualità che non aveva subito declino. Ancora oggi l’impatto emotivo che si vive percorrendo l’antica via è notevole. La salita verso il monte si svolge in un ambiente incontaminato che fa da contraltare al basolato romano. Tutto intorno, il bosco fitto di querce, aceri, tigli, castagni, pungitopi, biancospini,  avvolge il tracciato della strada, mentre avanza tra squarci di panorama sui laghi, incastonati nella verde valle laziale, che nulla ha perso, vista da qui su, della sua primitiva e selvaggia bellezza.
Un viaggio che in realtà parte dal periodo romano, che fu l’ultimo periodo di sistemazione del percorso, ma che si perde molto più in dietro, veramente verso l’alba dei tempi, poiché Monte Cavo, entra in gioco nella più remota mitologia dei popoli laziali, messo in relazione con Fauno, mitico re e demone che si aggirava per le vallate dei castelli prima ancora che gli dei romani come noi li conosciamo facessero la loro comparsa. Fauno era considerato un “lupo sgozzatore”, ma anche protettore della coltivazione degli alberi e dell’accensione del fuoco. Oltre a questi compiti, Carandini, infatti, intravede da quel profondo passato un nesso essenziale tra questo demone ed il monte; secondo l’archeologo, infatti, Fauno potrebbe essere stato il fondatore del culto di Giove Albano (precursore di quello di Giove Laziare) sul monte omonimo, ossia l’attuale Monte Cavo. Il nostro demone, era una presenza fissa nei boschi e nei luoghi selvaggi della prima cultura laziale, e ce lo immaginiamo senza dubbio aleggiare  nella selva che ricopre le pendici ed avvolge la via sacra. Ecco che quelle lastre di pietra riportano in vita il tempo mitico e ancestrale della storia del Lazio, quando realtà e leggenda erano inscindibilmente legati. Percorrere la strada, a piedi, fra i boschi sacri nella stessa direzione, sullo stesso identico percorso calcato all’alba della storia diviene una esperienza metatemporale e mitica.
Lentamente, ad ampi risvolti ed ancheggiando lungo i fianchi del sacro monte, la via ci conduce verso la cima del monte, la meta del pellegrinaggio, il luogo nel quale, in un tempo a noi lontano, sorgeva il bosco sacro a Giove; mai come in questo caso, però, il senso del viaggio è il viaggio stesso più che il fine, visto che ad un’esperienza intensa come quella dell’immersione totale nella storia e nella natura che il percorso antico regala, segue, all’arrivo, una delusione pari per intensità, se non si è preparati a vedere la selva di tralicci ed immense antenne che svettano sulla cima di Monte Cavo, peraltro visibili da grandissima distanza. Un vero peccato che la suggestione di questi luoghi si perda nella brutta vista di questi giganti metallici, ma d’altronde l’uomo ha oggi altre esigenze, che è necessario imparare a conciliare, senza derive talebane in un senso o nell’altro. In questo discorso, le antenne, che sono in gran parte strutture militari e che sembrano sinceramente abbandonate a loro stesse, regalando al camminatore che arriva l’idea di uno scenario apocalittico post atomico e l’ingloriosa fine del tracciato dell’antichissima strada all’interno di una specie di galleria sono, da un certo punto di vista e paradossalmente, meno deprimenti dell’accorato appello che le amministrazioni sono state evidentemente costrette a  scrivere sui secchi della spazzatura al fine di sponsorizzarne l’utilizzo in un luogo dalla bellezza mozzafiato, con la spiegazione, che dovrebbe essere quanto meno scontata (ed evidentemente non lo è), di quanto un luogo come quello meriti la cura e l’attenzione da parte di tutti. Che le ragioni del progresso siano a volte poco sensibili ai temi a noi cari quali ecologia e conservazione di aree storicamente e simbolicamente importanti è un dato di fatto (e questo è stato soprattutto vero in passato), ma altrettanto vero è che prima di tutto è nostra la responsabilità di mantenere viva la nostra storia e sostenibile il godimento degli angoli incontaminati e carichi di significato, che sia per una passeggiata  per un’uscita in mountain bike, o semplicemente per osservare il panorama dalla vetta.

martedì 11 febbraio 2020









I Collemezzo e il loro castello


Di quello che un tempo fu un caposaldo di controllo e di potere lungo la via obbligata tra la valle di Montelanico, i pascoli di altura del Campo e la Pianura Pontina, oggi rimangono vestigia avvinte dalla rigogliosa vegetazione sull’omonimo colle, raggiungibile attraverso un sentiero nel fitto del bosco. Lasciata via di Collemezzo al primo tornante ci si addentra nel bosco verso sud aggirando le pendici del colle, fino a quando il sentiero placido risale fino alla cresta, qui proseguendo verso nord, tra macchie di rovo e rosa canina, ci si imbatte in un banco roccioso; è solo allora, alzando gli occhi, che ci si rende conto di trovarsi ai piedi dell’antica torre del castello che ancora svetta, seminascosta tra i cespugli, provata ma non vinta dal tempo. Si risale il banco, con lo sguardo ancora in su, dove il cambio di prospettiva scopre un merlo superstite del torrione e si scorgono i resti di un muretto divisorio, poi quasi si cade in un foro rettangolare nel terreno, a poca distanza, l’antica cisterna dell’acqua. Sulla sommità del colle non c’è altro, se non arbusti di ginepro e rovo, ma i fianchi della collina restituiscono, in uno scenario spettacolare, immerse in squarci di verde cupo e brillante spaccati anche imponenti di mura difensive che disegnano e inseguono il profilo fianco roccioso. Invase e sommerse, a volte sorrette da radici e arbusti le mura ricordano tutta la gloria passata, oggi di nuovo dominio del bosco. Aceri e faggi inglobano le millenarie strutture, rendono selvagge le antiche superfici di blocchetti ben squadrati, conquistano le fessure dello scolo dell’acqua.
Per circa due secoli il castello rappresentò lo strumento con il quale la famiglia dei Collemezzo, amministrava e controllava un territorio che comprendeva sicuramente l’attuale Campo di Montelanico, fino agli attuali confini col territorio di Carpineto Romano, attraverso i quali passavano mandrie di armenti nella via della transumanza, ma anche merci e uomini dal versante pontino dei monti Lepini, attraverso il passaggio verso Ospedaletto. Non a caso la strada più antica che conduce da Montelanico al Campo, e che si snoda ancora, semidimenticata, a sud dell’attuale tracciato ha inizio proprio alle pendici di Collemezzo, segno evidente dell’importanza e del controllo che una volta tale maniero esercitava.
Nulla si conosce rispetto alla fondazione del castello, ipotizzabile intorno al XII secolo d.c. La prima notizia certa che è stata possibile reperire, risale al 1182, precisamente ad una bolla di Papa Lucio III. In tale documento il Pontefice conferma una serie di privilegi al vescovo di Segni Pietro su chiese e relative pertinenze sparse in gran parte della valle del Sacco. Tra questi si cita anche la chiesa di S. Maria nel Castello di Collemezzo. Il Papa successivo, Clemente III, con bolla del 1188, confermerà di nuovo al vescovo Pietro gli antichi privilegi, con specifica menzione, tra gli altri di Collemezzo.
Bisognerà aspettare ancora un po’, affinché la storia prenda contorni più nitidi, precisamente nel 1199, anno in cui compare nei documenti un Siginolfo di Collemezzo tra i testimoni della donazione fatta da Giovanni dei Conti di Ceccano ai monaci di Villamagna di un oratorio a Carpineto.Si giunge così al  1207, quando  nel resoconto fatto da Joannes de Sancto Laurentio a Papa Innocenzo III, circa l’atto di omagio portato allo stesso Pontefice da un tale Conte Ildebrando a Montefiascone, si enumerano una serie di nobili presenti alla cerimonia, fra i quali un dominus Guido de Colle de Mendi, Guido di Collemezzo.
Due anni più tardi, nel 1209, ancora Joannes de Sancto Laurentio riferisce al Pontefice di un nuovo atto di fedeltà e omaggio da parte del Conte Riccardo di Sora, anche stavolta tra i testimoni viene citato Guido di Collemezzo, insieme  ad un dominus Lando de Colle de Medio. Proprio in questo frangente un tale Landolfo di Collemezzo viene nominato dal 1207 al 1209 da Innocenzo III Rettore della Provincia di Campagna e Marittima, una specie di governatore del lazio del sud. Altre apparizioni in quegli anni citano, tra gli altri,  un Landone di Collemezzo che è presente all’atto con il quale Pietro, nipote di Bonifacio VIII ottiene, grazie proprio allo zio, in enfiteusi tutti i beni e privilegi che la chiesa anagnina aveva a Trevi, Filettino e Vallepietra.
Proprio la figura del Papa anagnino risulterà fatale al castello, poiché esso rientrerà in pieno nella sua politica di concentramento dei possessi e beni del Lazio nelle mani della propria famiglia.Già nel 1300 il “nobile” Giacomo di Collemezzo vende al citato Pietro l’ottava parte (che gli spettava) di Collemezzo per la somma di 2000 fiorini d’oro, mentre nel 1303 sempre Pietro viene riconfermato nel possesso, tra gli altri del castello di Collemezzo, che quindi a quell’epoca è passato, almeno in parte nella disponibilità della famiglia Caetani. A partire dal 1300 risulta feudatario del castello Guido di Collemezzo, che, proprio in virtù della posizione di dipendenza cui versava il feudo partecipa, nel 1303 all’oltraggio di Anagni nei confronti di Bonifacio VIII. Nel 1308 egli risulta anche padrone del castello di Montelanico, che però nel 1313 viene distrutto da una reazione dei Caetani, azione cui seguirà un’energica protesta di Guido nei confronti del Rettore.

Il castello, dopo questi avvenimenti ebbe vita breve, non molto più tardi del 1327, infatti, “…. insorsero anche delle forti dissensioni fra il popolo di Cori, e gli abitanti di Colle mezzo, castello poco distante da quella città […]. Offesi i corani dalla viziosa condotta de’ predetti abitanti, non invocarono il soccorso della suprema autorità, per essere vendicati dalle offese, ma, usciti in grossi drappelli armati dalle mura della loro patria, marciarono militarmente a danno di quel castello, che presero e distrussero”. Così narra Sante Viola, nella sua Memorie Istoriche dell’Antichissima Città di Cori ne’ Volsci, la fine del castello di Collemezzo ed io non posso fare a meno di immaginare queste schiere di corani che discendono l’antica via quasi dimenticata dal Campo di Montelanico verso Collemezzo, lì dove oggi, tra la pace di quei luoghi ed il silenzio di una via quasi scomparsa che conduce ad un castello diruto, si incontra a mala pena qualche cercatore di funghi o qualche sparuto appassionato di trial… per fortuna.

mercoledì 5 febbraio 2020









Solitudini e silenzi, aggregazione e lavoro sui Monti Lepini

C’è stato un tempo, un lunghissimo tempo, in cui i nostri monti erano luoghi selvaggi e solitari, i nostri paesi, piccoli e raccolti in loro stessi, erano isole in uno sterminato oceano di verde. Boschi e pietre, isolati insediamenti di pastori e un’ intrigata rete di sentieri che univano questa sparsa umanità come sottili fili nella selva.
Spesso quando si è soli tra i nostri monti, si avverte più forte quel senso di appartenenza alla nostra gente. Spesso, immerso in quei silenzi, ho sentito un legame con una vita che non è più mia, con la vita del carbone, delle bestie, della neve, della fatica e guardando dalla cima del Semprevisa o del Capreo, giù nella vallata, sonnecchiare Carpineto nella mente ho rivissuto la meraviglia e la gioia del viandante che dopo giorni di cammino tra i sentieri, finalmente intravedeva il paese. “Finalmente oggi saremo a Carpineto”, finalmente una locanda, del cibo, un caminetto con il fuoco che danza e riscalda. Il commercio nelle nostre comunità è sempre stato un fattore aggregante e di movimento, ha fatto conoscere ed incontrare le nostre comunità, dopo una o più giornate di cammino attraverso i boschi, lungo strade strappate alla montagna; un tempo il mercato, le fiere, le feste patronali erano l’epicentro di questo movimento. Dopo i silenzi di giorni trascorsi nelle capanne lepine, i pastori tornavano a vendere, comprare, ascoltare ciò che chi veniva da più lontano aveva da raccontare; un’umanità eterogenea che dava impulso alla vita di questa terra. Si saliva dal mare, dalla pianura pontina, col pesce e con la sapienza di chi aveva visto di più. Già la sapienza, quella dei nostri nonni, tutto pratica e pure tutta poesia. Il viandante andava e tornava, narrava e ascoltava, comprava e vendeva nelle nostre piazze, poi attraversava di nuovo i silenzi e portava la sua ricchezza nel paese vicino.
Oggi quale spazio ha ancora la cultura millenaria (eh si, di millenni stiamo parlando) di queste genti? Che posto hanno i silenzi che danno valore alle parole? Che posto ha la fatica che da valore al denaro? Forse nessuno. Allora perché quel brivido vicino Colle La Costa, quando a mala pena inizia ad intravedersi Carpineto, perché quel salto al cuore, quella gioia come se fosse la meta attesa da giorni? Tante domande. Da secoli le genti lepine si incontrano, a volte si scontrano, ma sempre e comunque rafforzano in questo modo la propria auto-rappresentazione. L’immagine di sé e della propria storia, di tutta quella serie complessa di dinamiche anche di sviluppo territoriale avviene attraverso il confronto e all’incontro, anche ludico delle diverse componenti sociali, proprio come al tempo della fiera e del viandante. Non è una immagine solamente evocativa, si parla di percezione della comunità locale da proiettare al di fuori, anche in termini turistici, ma prima di ogni altra cosa da avvertire come propria.
L’identità è immagine e l’immagine si vende, ma deve prima di tutto essere sostanza, essere comunità, essere ancora e nonostante tutto nostro nonno e le sue bestie, perché in fin dei conti le nostre feste, le nostre comunità sono state realizzate da lui, dai suoi silenzi e dalla sua gioia alla vista del paese. La forza è proprio in questo sentirsi comunità, in questi sottilissimi fili che hanno legato i paesi, le chiese, i mercati. La comunità diventa senso di appartenenza e motivo di aggregazione, motivo di sviluppo personale, ma soprattutto fattore di crescita economica, nell’organizzazione di iniziative comuni e condivise nel segno dell’immagine di sé e dell’autorappresentazione.

martedì 28 gennaio 2020







Nella Foresta Pluviale - [Australia]

L’unico modo di attraversare il Deintree River, punto di accesso alla regione, è un traghetto per automobili. Qui giungiamo di sera tardi a bordo dell’autovettura noleggiata il giorno prima; piove e siamo stanchissimi per gli spostamenti aerei e l’avventura passata su Lady Musgrave. Attraverso la fitta umidità dell’aria intravedo delle luci posteriori poco avanti, ci accodiamo. Nell’oscurità totale avvertiamo un rumore poco distante, una cerata arancione staziona fuori dal finestrino. A vestire la sgargiante divisa è, come in ogni film dell’orrore che si rispetti, un tipo strano, alto, allampanato, magro con i tratti scavati, capelli biondo paglia. Biascica qualcosa, poi allunga un foglio nell’abitacolo. E’ l’uomo del traghetto e viene a chiedere il pedaggio. Chissà perché penso istintivamente a Caronte. Capisce che siamo stranieri, ci chiede di attendere e poco dopo torna con un foglietto in mano: è una mappa del Deintree National Park; su due piedi trovo strana quella premura. Sarà la nostra salvezza. In tutta l’area tra il Deintree River e Capo York non c’è corrente elettrica, non ci sono fognature, non c’è campo per i cellulari, ma solo una distesa prepotente di foresta pluviale primaria, probabilmente la più antica d’Australia, interrotta qui e là da qualche villaggio e pochi insediamenti. Senza quella mappa, di notte con la pioggia non avremmo mai trovato il capanno ai margini della foresta che ci ha ospitato.
Siamo qui per immergerci in questa foresta primordiale, enorme e viva. Con pulsante meraviglia ci avviciniamo alla pulsante essenza di questo immenso essere vivente. Il sentiero Jindalba si biforca quasi subito; da una parte una comoda passeggiata su una passerella di legno, dall’altra andiamo noi, per un sentiero appena tracciato che si immerge per un’ora e mezzo di cammino nel cuore della vegetazione. Avanziamo estasiati sotto una volta  ad arcate altissima di verde smeraldo, di una lucentezza così vivida da sembrare innaturale, sotto di noi si stende un pavimento di radici intrecciate. L’ormai consueto concerto di uccelli tropicali ci segue durante il tragitto. Incontriamo un gran numero di tacchini selvatici dal corpo nero e capo rosso, incuranti del nostro passaggio e per nulla spaventati dalla nostra presenza. Mentre commentiamo il tripudio di vita che ci gira intorno, una sagoma nera attraversa a tutta velocità il sentiero a due metri da noi, troppo rapido per poterlo mettere a fuoco. Ne cogliamo solamente le scure setole con la coda dell’occhio ed un sommesso grugnito: un maiale selvatico. Le piante assumono forme di enormi ombrelli. Oltrepassiamo numerosi torrenti in secca che la stagione delle piogge si è lasciata alle spalle, come segni del recente passaggio. Giganteschi tronchi salgono al cielo. Cattedrale di mangrovie infinite rendono omaggio a questa natura primitiva e selvaggia, dove ogni cosa, per dimensioni e forme appare nuova ai nostri occhi europei. Intorno al sentiero le radici di questi alberi superbi, a volte più alte di noi, creano figure quasi sinistre di tentacoli giganti, ci sentiamo piccoli.
Le mangrovie sono una vista quasi onnipresente, ricoprono le rive del Cooper Creek, fiume dalle acque limacciose che navighiamo qualche tempo dopo. Uccelli si involano a pelo d’acqua, partendo dai rami più bassi. E’ pomeriggio. Improvvisamente la barca rimane immobile proprio nel mezzo del fiume. Un silenzio irreale cala tra le mangrovie; solamente un fischio penetrante echeggia con brevi pause e un tono ascendente da chissà dove. L’umidità flagella i nostri corpi sudati. Di nuovo il fischio, nel silenzio assoluto rende l’atmosfera carica di tensione, in una scena degna di Apocalypse Now. D’un tratto un sommesso sciabordio a una decina di metri dall’imbarcazione cattura la nostra attenzione, ci voltiamo appena in tempo per vedere un mostruoso coccodrillo scattare aprendo e serrando le fauci su un uccello di fiume. Poi più nulla e di nuovo silenzio. Senza scampo la vittima sarà stata trascinata in un luogo appartato per essere finita.
Questa è la foresta, meravigliosa e senza pietà, la lotta per la sopravvivenza spietata, eppure il suo fascino è ipnotico e chiunque vi sia stato desidera tornarci. Un luogo che per noi, abituati alla civiltà antropizzata da cui veniamo sembra smisuratamente pieno di pericoli, estraneo e indecifrabile e che comunque risveglia istintivamente un’attrazione che ha il sapore di casa. Una casa che abbiamo perduto per sempre.

martedì 21 gennaio 2020






L’ABBAZIA DI VALVISCIOLO storia e mito nel Lazio medievale

La storia di questo luogo di culto è antichissima e leggendaria; probabilmente fu costruito intorno al X secolo dai monaci greci brasiliani. Nel 1165 Federico Barbarossa, allora in guerra con  Papa Alessandro III fece distruggere numerose città del Lazio e costruzioni religiose; ne fecero le spese Ninfa e l’annessa abbazia di Marmosolio, dedicata a Santo Stefano, così che i monaci bianchi, secondo la tradizione furono costretti a trasferirsi, tra il 1166 e il 1168, nella vicina abbazia di San Pietro, che divenne l’abbazia dei Santi Pietro e Stefano di Marmosolio. Fu poi nel 1312 che questa assunse il nome di Valvisciolo allorché vi si trasferirono i monaci provenienti da un’altra abbazia appena distrutta, quella di Valvisciolo nei pressi di Carpineto Romano.  Nel 1411 Santo Stefano cadde in commenda e vi restò fino al XIX secolo. Nel 1523 l’abbazia fu declassata a priorato da Papa Clemente VII e nel 1529 ridotta a priorato secolare, quindi i monaci bianchi dovevano essere già andati via. Tra il 1600 e il 1605 fu occupata dai Foglianti (cistercensi riformati) che la tennero quasi ininterrottamente fino alla soppressione degli ordini religiosi attuata da Napoleone all’inizio dell’800. Nel 1846 Papa Pio IX richiamò i cistercensi nella sede, nel 1870 il monastero fu di nuovo soppresso, ma i monaci non lo abbandonarono e nel 1888 esso fu ricomprato dall’Ordine.
Nonostante la storia travagliata e la vicinanza con la ben più famosa abbazia di Fossanova, l’abbazia di Valvisciolo si presenta come un piccolo capolavoro dell’arte cistercense del Lazio. Le dimensioni ridotte ne permettono una visione di insieme che ne mette in evidenza contemporaneamente l’aspetto generale semplice e austero tipico dell’architettura cistercense e i preziosi particolari. La chiesa ha facciata tripartita, con la parte centrale, corrispondente alla navata centrale, più alta degli altri corpi. La lunetta semicircolare sopra il portone presenta un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino tra San Benedetto e un altro Santo. Al di sopra della lunetta spicca lo stupendo rosone di circa cinque metri di diametro, formato da dodici colonnine che si irradiano a partire da un foro cruciforme centrale. L’interno della chiesa non è imponente, le tre navate sono scandite da cinque campate coperte da volte a crociera. Gli altri locali dell’abbazia si trovano accorpati al lato a destra della chiesa e sono accessibili attraverso un antichissimo portale ad arco a tutto sesto. Lascia un senso di pace nella sua armonica quiete il chiostro. Di pianta quadrata con corridoi perimetrali coperti da volte a crociera e aperti sul lato interno per mezzo di colonnine binate in travertino; particolare su cui vale la pena soffermarsi durante la visita è la varietà di capitelli di tali colonnine. Dal lato orientale del chiostro si accede alla sala capitolare, ossia la sala comune così chiamata perchè ogni giorno vi si riunivano tutti i monaci per ascoltare un capitolo della regola di San Benedetto, formata da due navate e con due pilastri cilindrici al centro. Altra particolarità di questa costruzione è che in contraddizione con i canoni edificativi cistercensi (e quindi anche con Fossanova) il refettorio non è perpendicolare, ma parallelo al chiostro.
L’abbazia si presenta come un luogo mitico, in cui si incrociano e si mescolano fatti storici, antiche leggende e lontane presenze. Il relativo isolamento di questa abbazia, alle pendici dei Monti Lepini, sul margine delle Paludi Pontine, da sempre zona – limite del mistero dall’epoca romana e per tutto il medioevo, hanno reso il luogo ideale per l’attecchire di leggende e miti, qualche volta in  parte suffragati dalle evidenze artistiche e archeologiche.
La maggior parte di questo repertorio è legato alla presenza dei templari, con almeno due affascinanti leggende che vale la pena di ricordare. La prima ha a che fare con una credenza diffusa a partire dal XIV secolo secondo la quale la crepa sull’architrave dell’ingresso della chiesa sarebbe apparsa il 18 marzo 1314, data in cui venne messo al rogo l’ultimo gran maestro dei templari Jaques de Molay. Sempre legata allo scioglimento del famoso ordine di monaci-guerrieri è un’altra storia, ricordata da più fonti tra XIV e XV secolo la quale  narra che i monaci scampati agli arresti e alle esecuzioni in Francia ad opera di Filippo il Bello, sarebbero giunti nel Lazio e avrebbero nascosto il tesoro dell’ordine in alcuni centri monastici a loro fedeli, tra cui  Valvisciolo; vuole quindi la leggenda che parte di questo tesoro sia ancora nascosto nei sotterranei dell’abbazia. Questi miti, di antichissima origine, sebbene non abbiano alcuna prova storica, testimoniano l’importanza che ebbe il centro in quell’epoca. Al di là di miracoli e tesori la presenza dell’ordine del tempio è stata ipotizzata da molti studiosi sulla base di simboli che all’interno della struttura campeggiano un po’ ovunque sotto forma di incisioni e graffiti, ci si riferisce in particolare al nodo di Salomone, segno grafico che storicamente può essere ricondotto alla mistica templare e che si trova inciso in diversi punti. A questo proposito un muro del chiostro si presenta come una vera miniera di incisioni di antichissima origine, probabilmente opera di monaci medievali. Tali graffiti, molti dei quali incomprensibili, sono testimoni di un’epoca in cui religione, mistica, magia e esoterismo erano in larga parte fattori comuni della formazione degli uomini, compresi quelli di chiesa; famoso in questo senso il quadrato magico inciso sulla parete e oggi protetto da una lastra trasparente, che trova le sue origini nella magia di Roma antica (un esemplare è stato trovato inciso su una colonna a Pompei). Tale incisione, col le parole di rito SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, deve la sua fama al fatto di essere l’unico esemplare di tale frase magica raffigurata non come un quadrato ma come un cerchio concentrico diviso in settori.
Questa ed altre iscrizioni, di natura mistica e magica furono spesso usate come formule magiche dalle confraternite religiose a carattere iniziatico, di cui i templari furono sicuramente la più famosa, ma non l’unica. Il medioevo fu un tempo in cui la ricerca della fede spesso camminò di pari passo con la magia ed il misticismo e l’appartenenza ad ordini religiosi veniva spesso a coincidere con il venire in possesso di riti e conoscenze che molto ancora dovevano ad un paganesimo temporalmente troppo vicino, a culti della terra e della natura che solo col tempo furono inglobati e integrati con successo nel cristianesimo, ma che inizialmente avevano ancora una forza prorompente. Così essere monaci (guerrieri o meno) significava far parte di una confraternita che affiancava, naturalmente, l’insegnamento del Vangelo e retaggi esoterici e mistici che venivano in gran segreto diffusi tra gli adepti.
La magia di questo luogo rimane tuttora intatta nella splendida atmosfera che si respira passeggiando nel chiostro fiorito a primavera, tra le possenti arcate, la pietra chiara ed il salutare silenzio, al di fuori dei circuiti turistici di massa, nel cuore stesso del medioevo ricco di echi e suggestioni.

giovedì 16 gennaio 2020






Sull'isola deserta della barriera corallina - LADY MUSGRAVE ISLAND -

[Australia]


Lo Spirit Of 1770, un catamarano leggero a motore, spinge  coraggiosamente la prua verso il mare aperto. Dagli oblò, le onde gonfiate dalle correnti oceaniche, sembrano accanirsi sulla malferma imbarcazione che ne viene investita continuamente. Si impenna, vibra, si alza su un lato e pericolosamente si poggia solo per attendere un nuovo assalto dei flutti. A bordo, a parte l’equipaggio, quasi tutti sono in preda al mal di mare e sopraffatti dalla nausea. Siamo partiti dal porto di un villaggio dal nome curioso: 1770, dove il capitano Cook sbarcò, appunto in quell’anno sulla costa australiana, diretti su una piattaforma nel mezzo della barriera corallina posta a tre ore e mezzo di navigazione dalla costa orientale. Qui si fermerà la maggior parte dei nostri compagni di viaggio, ora intenti a superare il momento da sbornia che stanno vivendo per godersi una giornata di snorkeling tra i colori vivaci del famoso fondale e tornare indietro nel tardo pomeriggio. Noi invece saremo sbarcati da una lancia sull’isola disabitata chiamata Lady Musgrave, che fa parte dell’arcipelago isolato e intatto delle Capricornia Keys. Abbiamo chiesto on line un permesso al governo australiano per poter raggiungere l’isola con l’intento di passarci la notte. Siamo avvertiti di portare acqua e viveri in eccesso, poiché non vi è niente e se il mare fa capricci ancora maggiori non è detto che possano rivenirci a prendere.
Mentre ragazzi e signori indossano il necessario e si lanciano dalla piattaforma all’esplorazione dell’oceano, noi ne approfittiamo per recuperare le forze e ammirare da lontano la bellezza selvaggia dell’isola da sogno che ci appare come nelle descrizioni dei romanzi di avventura, intatta e meravigliosa. Abbracciata da una striscia di spiaggia bianchissima, ricoperta da una lussureggiante vegetazione, circondata da un mare cristallino che si perde fino all’orizzonte, maestoso. E’ primo pomeriggio quando la barca dal fondo piatto ci lascia sulla spiaggia meridionale, unico punto di sbarco. Non calpestiamo sabbia, ma bianchissimi coralli, portati a riva dal mare. In realtà tutta l’isola non è terraferma, ma sedimentazione di coralli in centinaia di anni il cui cumulo ha alzato la barriera al di sopra del livello del mare. Camminiamo letteralmente su una porzione emersa di barriera corallina. Il sentiero si fa largo attraverso la fitta foresta di Pisonie, gli unici alberi in grado di adattarsi a questa conformazione, con le loro radici fuori dal suolo e la struttura leggera. E’ quasi incredibile trovare un bosco così distante dalla terraferma. In breve siamo sulla spiaggia occidentale, qui c’è una stazione radio, un gabinetto a fossa nera, alcuni impavidi campeggiatori dispersi sotto l’ombra delle Pisonie. 
Anche noi piantiamo la tendina ultraleggera portata appositamente dall’Italia in una piccola radura presso la spiaggia, recuperiamo maschere e mezze mute e corriamo verso l’oceano. Il fondale rimane basso a lungo, chiuso da ogni parte dai coralli vivi a filo d’acqua; fatichiamo non poco per trovare un varco, presidiato comunque, da un gran numero di cetrioli di mare. Quello che ci aspetta è uno spettacolo di impressionante bellezza. Distese di coralli a perdita d’occhio, tra i quali navigano sicuri pesci pagliaccio e tutte le forme di vita dall’aspetto bizzarro e i colori sgargianti tipici di questo ecosistema. La barriera corallina sprofonda per decine di metri, creando un possente muro che tiene al sicuro le coste dell’isola. Attraverso un profondo crepaccio che rompe la continuità di questa ci spingiamo in mare aperto. Qui l’acqua diventa profondissima, è il regno degli squali. Ma nel voltarci i primi abitatori di queste profondità che ci vengono incontro sono una magnifica coppia di tartarughe marine. Queste tartarughe, abbastanza comuni anche nel Mediterraneo, trovano qui un habitat perfetto per deporre le uova, protette dalle acque basse che circondano la spiaggia. Nonostante la loro imponente mole (sono entrambe poco meno lunghe di me) si muovono agilmente nell’acqua, tanto da farci sentire decisamente goffi. Per un pezzo fanno la nostra stessa strada, guardandoci più con curiosità che con sospetto. Intorno a noi l’esplosione di vita, di colori, forme sembrano condurci per mano attraverso un giardino fiorito nato dalla più sfrenata delle fantasie. Qui la Natura ha potuto sperimentare, provare, fantasticare; eppure questo eden sommerso è un ecosistema delicato, nel quale l’equilibrio della diversità è garantito da condizioni il cui mutamento, anche minimo, possono portare a conseguenze letali. Il riscaldamento delle acque, il loro innalzamento, la crescente frequentazione turistica (per quanto estremamente controllata), sono minacce da prendere molto seriamente se si vuole preservare quest’angolo di paradiso.
Il resto della giornata è dedicata all’esplorazione dell’isola. Attraverso sentieri tra le Pisonie raggiungiamo la spiaggia a sud est, qui sorge un faro e l’ampia laguna che circonda tutto il lato meridionale dell’isola. L’acqua da questa parte è completamente chiusa da un recinto di barriera che la mantiene alta non più di mezzo metro. L’ambiente è completamente diverso rispetto alla zona della prima immersione, poche tracce di vita, nessuna bizzarra costruzione corallina. Dalla spiaggia si scorge ogni tanto la sagoma bruna di una tartaruga marina che attraversa questa piscina naturale seguendo percorsi ormai millenari. Percorrendo la costa troviamo almeno due siti di deposizione delle uova di questo splendido animale, a sud e a ovest; si tratta di mucchi di coralli e fogliame all’interno dei quali vendono deposte le uova dalle quali usciranno i piccoli che dovranno guadagnarsi il mare percorrendo i pochi metri  di spiaggia in una traversata drammatica. La schiusa è già terminata, a testimonianza di questo evento meraviglioso rimangono  gusci vuoti. L’isola per la sua posizione di isolamento non sembra accogliere insetti, in compenso la volta della foresta risuona di versi di numerosi uccelli marini che trovano qui e nelle altre isole dell’arcipelago una base perfetta per le loro spedizioni di pesca. Le spiagge sono occupate dalle Ardenne Pacifiche, che soprattutto al tramonto compiono le loro evoluzioni in un gioco di colori nel sole che muore. Poco più in là nell’acqua bassa la Garzetta del Reef compie una puntuale esplorazione della laguna alla ricerca di piccoli invertebrati. Nella foresta il continuo verso delle Sterne Stolide rende questa’isola sperduta tutt’altro che silenziosa. Raggruppate in numeri impressionanti sugli alberi ci seguono con sguardo noncurante mentre camminiamo sotto di loro. Un suono sommesso di fogliame calpestato e zampe che raspano il terreno annuncia, improvvisa, la comparsa di un Rallo, grazioso uccello dal piumaggio rossiccio incapace di volare; chissà come è giunta fin qui questa nutrita colonia di spazzini del sottobosco.
Giunge la notte, il momento in cui l’isola da il meglio di sé. All’interno della piccola tenda che abitiamo penetrano i versi concitati dei tanti volatili che popolano questo fazzoletto di terra, fusi in una possente sinfonia col ritmo cadenzato del mare. Già il mare, che per almeno un centinaio di chilometri domina indiscusso l’orizzonte tutto intorno. Da sola questa oscurità dispersa e sperduta vale il viaggio intrapreso. Un senso di confortevole precarietà si impossessa di noi; qui lontano da tutto, corrente elettrica, cellulari, televisione, lasciati su 140 metri quadrati di terra circondati solamente da chilometri di disabitato oceano,  si tende a riscoprire a pieno il senso della parola essenzialità, come di una condizione che, contrariamente a quello che ci hanno abituato a credere, permette di sentirsi realmente vivi.
Il giorno successivo attendiamo speranzosi sulla spiaggia nord l’imbarcazione che deve ricondurci al catamarano. Quando all’orizzonte finalmente si profila, il ritorno alla civiltà ci suscita sentimenti contrastanti. La condizione di naufraghi sarebbe potuta durare ancora prima di divenirci pesante.